Contratti, televisioni e procuratori ladroni (parte 3)

pogba-raiola

Il bello di un blog come questo è poter fare dei raffronti (con presunta competenza) fra uno sport e l’altro, nonché fra un paese e l’altro. Questa inchiesta si divide in tre parti: la terza e ultima parte analizza i contratti dei singoli giocatori e li raffronta all’interno delle diverse leghe, fra differenze e analogie

(parte 2)

L’ultima parte di questa inchiesta riguarda i contratti dei singoli giocatori. Come per i cap, essi seguono regole leggermente diverse per ogni lega americana, e differiscono di molto da quelli dei calciatori nostrani. Nelle leghe pro USA i contratti, una volta firmati, restano legati ai singoli giocatori in maniera vincolante fino alla loro naturale scadenza, a prescindere dalle circostanze che possono verificarsi strada facendo. I contratti non garantiti ai giocatori “sacrificabili” della NFL sono una vera e propria mannaia che può cadere su capo e collo in ogni momento, ma i contratti garantiti sono vincolanti tanto per le franchigie quanto per gli atleti, e con essi viaggiano in caso di scambi con altri team. Un esempio in negativo arriva dalla NBA: ora che Chris Bosh rischia vita e carriera per via dei coaguli che lo hanno afflitto, i Miami Heat sono comunque tenuti a pagarlo profumatamente. Al contrario, un exploit come quello di Todd Gurley nell’ultima stagione dei Rams a St. Louis lo ha reso per molti uno dei top, se non il migliore, running back dell’intera NFL. Eppure, ciò non cambia di un centesimo il suo salario da rookie di quest’anno, di poco superiore al milione di dollari. bal-ravens-high-on-praise-for-todd-gurley-but-up-for-sundays-challenge-20151121.jpgVero, Gurley verrà pagato profumatamente una volta scaduto il suo contratto da rookie, ma se disgraziatamente dovesse subire uno o più infortuni debilitanti, il suo valore intrinseco non sarà mai nemmeno sfiorato da quello pecuniario.

È perciò impossibile oltreoceano assistere a scene come quelle che da settimane si stanno verificando fra Mauro Icardi, la moglie-agente Wanda Nara e l’Inter del neo-gruppo Suning. Icardi, a seguito di un buon campionato da 16 gol – comunque in calo rispetto alle 22 dell’anno prima – ha chiesto un rinnovo del contratto, con relativo adeguamento dei suoi emolumenti. Il proprietario Jindong, poco disposto a dare di sé l’immagine spendacciona di nuovo-Abramovich, ha risposto picche e la Nara avrebbe cominciato ad aprire la porta ad un trasferimento del suo assistito a Napoli o in altri lidi esteri. Di fatto bypassando la società che pur riteneva Icardi incedibile. Questo cortocircuito del sistema avviene in primis per il malsano nugolo di agenti, procuratori e intermediari che ronzano attorno ai calciatori e che, più che fare il bene dei propri assistiti, pensano a riempirsi il portafoglio.

Ad esempio, se il ben noto procuratore Mino Raiola avesse voluto strettamente una vetrina di prima classe per il suo assistito Paul Pogba, lo avrebbe fatto rimanere alla Juventus; invece, dopo estenuanti pressioni ad ogni sessione di mercato, è riuscito a farlo accasare al Manchester United, squadra che quest’anno non giocherà nemmeno la Champions. Chiaro, lo stipendio di Pogba è più che triplicato, Wanda-Nara-and-Mauro-Icardi.jpgpassando dai €4,5M ai €13M più bonus, ma sarebbe da ipocriti non considerare il tornaconto personale di Raiola, a cui per la sua mediazione è stato staccato un corposo assegno da €25M, già in parte reinvestiti… nella villa di Al Capone a Miami! Se non altro, magione il linea col profilo losco di Raiola. Ma egli non è certo l’unico ad attuare queste tattiche sul filo della legalità. Da tempo è ormai abitudine assai diffusa quella dei direttori sportivi di aggirare le squadre dei rispettivi giocatori cui sono interessati e contattare direttamente i loro procuratori – specialmente se in amicizia per altri lucrosi affari passati. Attirati da un pacchetto di incentivi, di cui il denaro la fa certamente da padrone, i giocatori vanno quindi ad insistere di essere ceduti dal proprio presidente, spesso con in mano un pre-accordo che di certo toglie parecchia leverage contrattuale ai presidenti stessi. Caso recente è quello di Badelj: pur non essendo stato messo sul mercato dalla Fiorentina, si vocifera che un contatto diretto fra il suo procuratore e i dirigenti del Milan lo abbiano invogliato a fare le valigie, scatenando l’ira dei Della Valle.

Alcune volte i presidenti preferiscono monetizzare piuttosto che tenere il giocatore fuori rosa e far diminuire il suo valore; altre si impuntano e lo tengono “in ostaggio,” forti comunque di un contratto firmato e depositato. Qui non è possibile parlare di vittime e carnefici, poiché la situazione in sé è surreale, se paragonata al mondo del lavoro nella sua interezza. Se un postino, un muratore o un ferroviere si auto-escludessero dal lavoro perché un’altra ditta ha offerto loro di più e quindi chiedessero un adeguamento in busta paga, andrebbero facilmente incontro ad un licenziamento in tronco e probabilmente ad una causa. Sarebbe altrettanto da ingenui pensare che il mondo del calcio debba sottostare in toto alle medesime regole e leggi degli altrijerry-mcguire-gif-1-o.gif lavori, ma a livello puramente umano questa deviata concezione di onorare un contratto fa come minimo storcere il naso.

Una situazione del genere non è nemmeno ipotizzabile oltreoceano. Certo, film come Jerry Maguire ci hanno fatto intravedere il mondo della negoziazione dei contratti, ma quello del suo protetto Rod Tidwell era pur sempre un contratto in scadenza. Attualmente, in NBA si sta verificando un paradosso del tutto opposto al caso Icardi. Alla luce del famoso nuovo flusso di denaro proveniente dalle tv, la cosiddetta “classe media” dei giocatori NBA si è vista ampiamente remunerata. Ma solo i giocatori che erano senza contratto (free agent). I giocatori più avveduti avevano in precedenza strutturato i loro contratti per essere liberi proprio nell’estate 2016 – LeBron James fa giurisprudenza anche in questo – ma altri non sono stati così fortunati. Detto di Gurley, talentuoso ma anche fresca novità in NFL, il caso più eclatante è senza dubbio quello di Stephen Curry. L’assassino con la faccia da bambino firmò nel 2012 un contratto di 4 anni da $44M, poiché al tempo, pur intravedendosi un buon potenziale, si temeva per la tenuta delle sue martoriate caviglie. Giunto all’ultimo anno del suo contratto, lo Chef nel frattempo è diventato MVP in due anni consecutivi, campione NBA, Finals MVP, faccia dell’intera lega e, cosa ancora più importante, non ha subito infortuni gravi alle caviglie.

Se Curry giocasse la palla con i piedi come la gioca con le mani, il suo valore oggi sarebbe quello di Leo Messi, sia come marketing che come stipendio. A quel punto, è facile immaginare che l’agente di Curry avrebbe richiesto un ritocco dell’ingaggio, pena offrire le prestazioni del suo assistito altrove. Invece l’effetto domino di quel contratto così vantaggioso per i Golden State Warriors ha fatto sì che oggi Curry sia compagno di squadra di Kevin Durant dopo una turbinosa off season e che egli baberuthtradedvenga pagato come uno Jrue Holiday qualsiasi, mentre LeBron, Harden, Davis e le altre superstar vengono pagate sui $30M all’anno. Ovviamente non esiste in NBA o nelle altre leghe americane il concetto di acquisto o vendita di un giocatore. Fanno eccezione la MLS per il suo status ancora semi-embrionale e, un tempo, il baseball. Già, perché lì una volta si poteva; ma forse, per via dell’infausta cessione di Babe Ruth da parte dei Boston Red Sox agli odiati rivali dei New York Yankees e della relativa nascita del mefistofelico Curse of the Bambino, la pratica non ha più avuto seguiti di quella portata. Nel calcio invece è pratica comune: ci sono i noti esempi di squadre come Real Madrid, Chelsea, PSG e non ultima la Juventus, che grazie ad una disponibilità economica impari si possono permettere di comprare i migliori giocatori delle proprie rivali – vedi l’affair Gonzalo Higuain. In NBA e nelle sue sorelle ciascun giocatore può solo essere scambiato per altri giocatori e/o scelte al draft.

A proposito di draft, oltre all’appena trattato sistema contrattuale meno ondivago e ad una ripartizione equa dei diritti tv analizzata nel precedente articolo, ancor più democratico di tutto ciò è appunto il sistema del draft. Le peggiori squadre della stagione precedente ricevono come “premio di consolazione” la possibilità di selezionare i migliori talenti del college per quella futura e con essi tornare a competere per il titolo in una manciata di anni. Certo, serve avere occhio a non beccare i cosiddetti bust (giocatori scelti presto nel draft e rivelatisi un pacco) e avere una franchigia in grado di avere una programmazione che vada oltre all’alba del giorno dopo. Alcune franchigie riescono a restare rilevanti per diversi cicli, grazie ad un ricambio continuativo e in qualche modo antisistemico (suonare in casa San Antonio Spurs o New England Patriots per informazioni – ma tanto non ve le daranno mai); altre vivono in una perenna mesta mediocrità, come i Cleveland Browns, a secco di titoli da prima che l’uomo andasse sulla luna, o i Sacramento Kings, che dalla controversa finale di conference contro i Los Angeles Lakers del 2002 non hanno più trovato il modo di essere vincenti. La maggioranza delle squadre vive però sulle montagne russe ed esse rappresentano la normalità voluta dal sistema stesso. A tutti vengono forniti mezzi e opportunità per vincere, sta poi ad ogni singola franchigia attrezzarsi al meglio e sfruttare l’onda giusta.

Chiaramente, quello americano non è un sistema esportabile nel calcio nella sua interezza. Intanto per l’attuale assenza di un cap sia a livello nazionale che internazionale, e inoltre perché la NCAA, la lega che racchiude i college americani, non è lontanamente paragonabile alle nostre giovanili, come la Primavera o la Berretti. Ma facciamo un esercizio puramente ipotetico e proviamo ad immaginare un modo per condurre la Serie A sui binari del modello americano. Il primo passo sarebbe sicuramente quello di ridistribuire i diritti televisivi in maniera quasi paritaria fra ogni squadra. In poco tempo la Serie A si livellerebbe, perché maggiori guadagni attirerebbero grandi investitori che potrebbero non solo rifiutare le offerte delle big per i propri gioiellini, ma avrebbero a disposizione capitali consistenti per rendere le loro squadre competitive. Oltre che per costruire nuovi stadi, che porterebbero ulteriori introiti e nuovi posti di lavoro, che male non fa. Ma già qui ci si trova di fronte ad un primo ostacolo: gli attuali presidenti nostrani non sarebbero forse pronti a vedersi recapitare certe signore cifre dalla sera al mattino e in molti casi temo che diversi fra loro si ncaa-basketball-rebound-kansas-jayhawks-ohio-state-buckeyes.jpgimbarcherebbero subito per le Fiji con un biglietto di sola andata e una valigia piena di contanti. Servirebbero quindi facce nuove, imprenditori italiani rampanti, ma realisticamente in buona parte stranieri.

Più difficile immaginare l’implementazione di un sistema di draft, ma una regolamentazione più rigida sull’acquisto di giocatori stranieri potrebbe quantomeno aumentare gli investimenti nelle giovanili. Non è passato inosservato che al fischio di inizio di Roma-Udinese, partita che dava il via alla Serie A 2016-17, fosse in campo un solo italiano (El Shaarawy) a fronte di 21 giocatori stranieri. La Nazionale italiana negli ultimi anni ha senza dubbio pagato le conseguenze maggiori di questa pratica scellerata. Ma finché la torta dei guadagni sarà spartita da vecchie cariatidi che vogliono accaparrarsene la fetta più grande, scannandosi per le briciole invece di valorizzare il prodotto, la Serie A continuerà il suo inesorabile declino, fin quando saremo interessanti da guardare come il campionato paraguaiano. D’altronde, non dobbiamo nemmeno illuderci di poter replicare gli introiti dei campionati americani, sia per questioni di bacino d’utenza, sia perché il modello americano stesso ha gonfiato all’inverosimile il mercato, con cifre insostenibili nel lungo periodo.

(MVProf)

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