L’NBA è morta, solo che non lo sa

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Nel momento di maggior splendore, sia economico che globale, l’NBA vive uno stato di sfrenata euforia. Ma si sa che, raggiunto l’apice, si può solo cominciare a scendere

Come promesso in un precedente approfondimento sui diritti tv, questo articolo analizza più in profondità la situazione dei diritti televisivi dei network sportivi americani. Premessa d’obbligo: se questa storia vi suonerà familiare, un motivo c’è. Come già successo nel 2008 coi mutui subprime, anche questo sistema apparentemente idilliaco e vantaggioso per tutte le parti in causa rischia di scoppiare come una bolla. Il fatto che Mike Conley sia il terzo giocatore NBA più pagato della storia dopo MJ e Kobe Bryant con $153M o che Andrew Luck sia il più pagato di tutti in NFL coi suoi $140M è abbastanza sospetto, specie in relazione al loro valore intrinseco. Analizzare il come e il perché i network americani possano permettersi indirettamente di elargire tali sontuosi stipendi è perciò d’obbligo. In quanto novità degli ultimi tempi, concentriamoci sul nuovo contratto da $2,7 miliardi annui stipulato dalle tv con la NBA. Il processo nel suo insieme è semplice: l’abbonato che decide di sottoscrivere un abbonamento al via cavo o al satellite nella maggioranza dei casi paga un unico mega-pacchetto di canali, fra cui figurano ESPN e TNT, le due emittenti che hanno i diritti delle partite NBA, ma anche tanti altri, da Telemundo a Showtime. Proprio perché i suddetti canali sportivi fanno parte di un pacchetto spike-lee-060515unico, paradossalmente l’NBA è foraggiata in gran parte da chi non accende mai la tv sulle partite di basket, ma è comunque tenuto contrattualmente a pagarne una fetta.

Pur con 90 milioni di americani abbonati a via cavo e satellite, solo il 10% di loro si è sintonizzato a maggio per le finali di conference: calcolatrice alla mano, significa che $2,5 miliardi andati in tasca all’NBA provenivano da chi non si è mai sintonizzato su TNT, nemmeno per assistere all’epica rimonta di Stephen Curry su Kevin Durant e i Thunder. Una cifra immane e immeritata. E dire che quello è stato senza dubbio l’evento clou (a pagamento) della stagione. Con le finali ad est che hanno fatto registrare quasi la metà di audience e una gara qualsiasi di stagione regolare che ne incolla allo schermo meno della metà della metà, se ne deduce che 90 milioni di persone ammortizzano il costo dell’hobby di appena 2 milioni di fan sfegatati. I conti cominciano a non tornare.

NBCnews.com riferisce che Comcast, il più diffuso provider di tv via cavo in suolo americano, ha annunciato un rialzo dei prezzi per i propri abbonati del 3,9% nel 2016, oltre all’innalzamento del costo di una tassa da poco introdotta per la ritrasmissione sul via cavo dei programmi di CBS, NBC, ABC e FOX. Quello dell’innalzamento dei prezzi non è certo una novità. Dal 2010 il costo medio del via cavo è aumentato di anno in anno dell’8%, fino a raggiungere un costo medio pro capite di $99 mensili. La motivazione addotta? Trasmettere lo sport è diventato più costoso. Capite il paradosso? TNT ed ESPN stanno strapagando un prodotto il cui valore reale è sì importante, ma non colossale come certi numeri bugiardi lo fanno apparire. E siccome lo pagano tanto, chiedono allo spettatore sempre più soldi, peccato che inconsapevolmente vadano a riscuotere da chi di basket non vuole neanche sapere. Un po’ come delle girl scout che vogliano vendere biscotti vegani 5101758alla fiera del barbecue del Tennessee, ma siccome non ne vendono abbastanza, alzano i prezzi per rientrare delle spese. Basta aver buttato un orecchio anche dal corridoio a qualunque corso di Economia 101 per capire che gli affari non funzionano così.

Nonostante questo, per ora la bolla continua a gonfiarsi: TNT ed ESPN anno dopo anno si assicurano una signora fetta dei ricavi totali della pay-tv e a loro volta foraggiano sempre più la NBA. Tuttavia, poiché la maggioranza delle persone si trova a dover pagare cifre sempre maggiori per servizi di cui non usufruisce, essi cominciano a fare scelte diverse votate al risparmio. Uno studio recente condotto da Digitalsmiths ha scoperto che nel primo quadrimestre del 2016 il 45% degli americani ha ridotto la portata del proprio pacchetto di canali, mentre l’8,2% ha deciso di rinunciarci completamente. Nell’era in cui i servizi su tablet, pc e smartphone stanno piano piano erodendo il primato delle tv, i due noti canali sportivi, invece che trovare modi per tenersi stretti i clienti, stanno facendo di tutto per farli scappare. Il trend non sembra destinato a fermarsi, anche in virtù di piani più alla portata dei clienti come Netflix, Hulu e Amazon, assai meno costosi e in grado di far scegliere allo spettatore i singoli servizi di cui usufruire. Derek Baine di SNL Kagan ha affermato quanto segue:

“This has resulted in some cord cutting or switching to cheaper packages, cord shaving. The thinking historically has been the more channels the better, but the tide has turned and consumers are saying they want less, not more. Consumers are saying that they want smaller and less expensive packages.”

Ebbene sì, la nozione per cui più canali equivalessero a più soddisfazione da parte del cliente si è ormai invertita e ora il popolo americano comincia di anno in anno a stringere la cinghia e a ritenere la tv a pagamento un lusso a cui è possibile rinunciare senza troppi rimpianti.

Tornando ai numeri dell’NBA, si era detto che la maggioranza bulgara dell’90% degli abbonati americani alla pay-tv non guarda il basket e al contempo è stanca dei continui rialzi. Qui cominciano i primi segni del tracollo. Non ci vorrà molto prima che tutti loro comincino a puntare il dito contro i network sportivi e ad abbandonarli progressivamente. Certo, non succederà tutto all’improvviso, ma di anno in anno. Chi deciderà di mantenere il servizio obbligherà i provider a dividere l’offerta di canali in mini-pacchetti a scelta ancor più selettivi (un po’ come avviene con Sky Italia fra cinema, sport, calcio e intrattenimento). TNT e ESPN sarebbero i primi ad essere sacrificati sull’altare del risparmio. A quel punto l’esplosione sarà solo questione di tempo. Per riuscire a mantenere le cifre promesse nel contratto con l’Association, i due network sportivi dovrebbero mungere nba-on-tnt-studioall’inverosimile quei due milioni di fan irriducibili, facendo pagar loro la bellezza di $1350 all’anno. Per fare un raffronto, il League Pass offerto da NBA.com costa $200 e racchiude non solo alcune, ma tutte le partite della lega di basket più famosa al mondo.

La cifra ipoteticamente richiesta da TNT e ESPN scenderebbe sensibilmente se aggiungessimo al computo anche gli appassionati saltuari che si sintonizzano solo da aprile in poi, ma che sarebbero comunque disposti a pagare un abbonamento annuale. Ciononostante non va scordato che l’evento principale della stagione, le NBA Finals, sono trasmesse da ABC, rete in chiaro. Quando tutti lo capiranno, il punto di non ritorno sarà ormai all’orizzonte. È facile ipotizzare che non solo TNT e ESPN non riuscirebbero affatto con prezzi maggiorati a mantenere gli attuali spettatori, ma la NBA stessa perderebbe i fan occasionali che si interessano di basket solo nei momenti topici della stagione. Ed ecco che questo Money Monster mostrerebbe il suo volto mefitico e la bolla farebbe pop! I network non riuscirebbero a mantenere i termini del contratto e finirebbero in bancarotta. Di conseguenza, la NBA non avrebbe più i ricavi sufficienti da ridistribuire alle franchigie ed esse non potrebbero più permettersi di pagare gli attuali ingaggi stellari. Immaginare una situazione del genere è tutt’altro che assurdo.

Ed è per questo che il raffronto con la crisi economica del 2008 è tanto calzante, perché ora come allora il mercato si sta prendendo dei rischi assai maggiori di quelli che è disposto ad assorbire al primo momento di flessione. Esso sta valutando il Byevalore del prodotto attraverso una visione distorta della realtà, gonfiandone le cifre oltre il suo reale valore per trarne il maggior guadagno possibile nel minor tempo possibile. Il sindacato dei giocatori avrebbe potuto scegliere di avere un incremento graduale invece che verticale, ma come prevedibile la linea del “tutto e subito” ha prevalso. Eppure proprio loro potrebbero in futuro pagare lo scotto di questa decisione davvero poco lungimirante. Se il lockout del 2011 vi era sembrato una seccatura, immaginate questo scenario, con centinaia di giocatori disoccupati. Lo dite voi a LBJ che deve ridursi lo stipendio? Qualcuno faccia partire una colletta, per cortesia. TNT, ESPN ed NBA si sono buttati da un aereo: per ora si godono l’aria fresca sulla faccia, ma al momento di aprire il paracadute potrebbero accorgersi di essersi portati dietro lo zaino col pranzo. E il botto sarebbe fragoroso. Poi non dite che non vi avevamo avvertiti!

MVProf

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