Maledizioni, comete e flussi canalizzatori: come i Cubs sono diventati campioni MLB

World Series - Chicago Cubs v Cleveland Indians - Game Seven

I Chicago Cubs hanno vinto le World Series 2016 battendo in una strepitosa gara 7 i Cleveland Indians. Ma arrivarci non è stato facile né tantomeno breve

The Warr… The Indians blew a 3-1 lead sarà per un po’ la nuova battuta più gettonata fra gli utenti dei social network americani. Già, perché i Cleveland Indians, dopo aver accumulato un vantaggio di tre gare a uno, l’hanno dilapidato e hanno permesso ai Chicago Cubs di rimontare e infine vincere le World Series 2016. L’ultima partita, la decisiva gara 7, si è giocata fra le mura amiche della squadra dell’Ohio, ma ha visto trionfare i Cubs col punteggio di 8-7. È servito un inning supplementare per decretare la vincitrice fra due squadre che da generazioni non assaporano il dolce gusto della vittoria. La partita, così come la serie, è stata un cocktail esplosivo di emozioni e ha consegnato ai libri di storia una gara 7 epica. La partita inizia in discesa per i Cubs, che segnano il primo punto con un fuoricampo nel primo inning e arrivano alla fine del quarto in vantaggio per 5-1, ma un lancio pazzo di Jon Lester che centra in piena faccia David Ross permette agli Indians di portare a casa due punti rocamboleschi.

Il match arriva all’8° inning sul 6-3, quando Aroldis Chapman viene chiamato sul monte di lancio per fare il suo lavoro, ossia il closer. Peccato che, invece di chiudere la partita, la riapre, permettendo i 3 punti del pari agli Indians, con Rajai Davis che da solo ne segna duechapman.jpg, facendo esplodere lo stadio e impietrendo Joe Maddon sulla panchina ospite. Tutto pare doversi decidere al nono e ultimo inning. I Cubs sono i primi in battuta e ne escono a mani vuote. La tavola sembra apparecchiata per il trionfo degli Indians, ma con tre eliminati e zero punti a referto la parità rimane: serve l’inning supplementare, il 10°. Gli dei del baseball decidono che i bollenti spiriti di giocatori e tifosi necessitano di una rinfrescatina, così mandano su Cleveland una leggera pioggia che non fa altro che aumentare la già palpabile tensione. “Che diamine,” avranno pensato dall’alto dei cieli, “sono 176 anni che le due squadre aspettano di vincere: un’altra decina di minuti d’attesa male non farà.” 

Arrivare all’overtime in gara 7 di queste World Series è difficile da contestualizzare: un po’ come se la finale di Champions League fra Genoa (squadra media che non vince nulla dal ’37 – aka Indians) e Benfica (squadra di una grande città colpita da una maledizione che la lascia senza trofei internazionali dal ’62 e con aspra rivalità cittadina – aka Cubs) arrivasse ai supplementari sul 3-3. L’inerzia della gara sembra spingere gli Indians al sorpasso, ma a portare due punti a referto sono invece i Cubs con un doppio di Ben Zobrist e un singolo di Miguel Montero: 8-6. Dalla panchina Chapman ride e salta come un bambino a cui il genitore ha evitato la punizione per aver (quasi) rotto il vaso di cristallo, mentre i peggiori bar di Chicago sono una polveriera. Ma Davis non ci sta e con un singolo permette a Brandon Guyer di dimezzare lo svantaggio. Con due out, Michael Martinez va alla battuta, ma la sua palla è facile preda di Chris Bryant, che la raccoglie col sorriso stampato sulle labbra di chi sa già quello che sta per succedere. Martinez eliminato e partita chiusa. I Chicago Cubs sono campioni per la prima volta dal 1908 o, in altri termini, dopo due passaggi della cometa di Halley, 16 presidenti americani, tutta la vita di Larry King e 184.425 partite di MLB. La maledizione è esorcizzata, e anzi passa direttamente agli Indians, ora la franchigia a secco da più tempo (1948).

Già, perché quella che gravava sui Cubs era una maledizione in piena regola. La leggenda – perché parlare di storia è un tantino eccessivo, siamo quasi nel folklore – racconta che William Sianis, proprietario della Billy Goat Tavern, fosse solito andare a Wrigley Field, stadio dei Cubs, con la sua adorata capretta Murphy. In un giorno piovoso del 1945, pare che la presenza di Murphy abbia irritato oltremisura alcuni spettatori, infastiditi dal pessimo odore emanato dal cornuto ovino. Come dice il detto (o almeno dovrebbe diventarlo): capra bagnata, capra allontanata. Cacciato dallo stadio proprio durante gara 4 delle William-Sianis-and-Goat-02.jpgWorld Series, Sianis pronunciò la sua macumba: “Them Cubs, they ain’t gonna win no more!” La profezia si attuò in un batter d’occhio, coi Cubs battuti dai Detroit Tigers sia in gara 4 che nella decisiva gara 7 (il che però non deve distrarre dal fatto che, anche prima dell’infausta profezia, gli orsetti non avevano vinto nulla per 37 anni filati).

La portata del malocchio forse sfuggì di mano allo stesso Sianis, visto che la maledizione tenne lontano i suoi Cubs per ulteriori 71 anni dalle World Series e intossicò parzialmente pure i dirimpettai dei White Sox, come l’aglio teneva lontano Nosferatu dalle sue vittime. Dopo la capra Murphy, ci si misero un gatto nero, un guanto bagnato e la mano malandrina di Steve Bartman a mantenere viva e spietata la maledizione del “e anche quest’anno vinciamo l’anno prossimo.” Dopo svariati falliti tentativi da parte dei tifosi di esorcizzare l’anatema fuori dal diamante di Wrigley, i Cubs quest’anno erano determinati a sfatarlo sul campo una volta per tutte. In seguito a una regular season chiusa a 103-58 e al primo pennant di National League da quel piovoso giorno del 1945, i Cleveland Indians erano l’ultimo ostacolo con la gloria eterna. Dopo essersi spartiti le prime due partite di finale, gli Indians avevano espugnato per due volte consecutive Wrigley Field, peraltro nel centennale da quando la struttura ha iniziato a ospitare i Cubs. Poteva sembrare un’ulteriore beffa ad una serie infinita di danni, ma il merito della squadra è stato quello di non arrendersi alla superstizione e alla storia. Chicago rimonta fino al 3-3 e di gara 7 si è già parlato. Essa è ormai parte della storia: la W che sventola su Wrigley Field dice tutto.

Quello che non è passato inosservato a molti, al di là della storia travagliata dei Cubbies, è l’insperato e impronosticabile recupero subito dagli Indians, che sul 3-1 hanno avuto per tre volte l’occasione di laurearsi campioni. Non solo gli Indians, 1ydeirdrehayespolaroid-1-356-L.jpgma tutta Cleveland si sentiva imbattibile. Il 25 ottobre si è aperta la stagione NBA e, mentre LeBron James infilava al dito il suo terzo anello da campione – ma il primo coi Cleveland Cavaliers – gli Indians battevano 6-0 i Cubs in gara 1 delle World Series. Per un giorno, Cleveland si è sentita l’epicentro del mondo sportivo americano. Da mistake on the lake a remake on the lake, con la comunità pronta a riscrivere la propria storia sportiva. E poco importava che i Cleveland Browns fossero ancora a secco di vittorie in stagione: due su tre è comunque un gran risultato per una città che aveva vissuto dal 1964 senza titoli in NFL, NBA o MLB (o NHL, se avessero una squadra di hockey). Insomma, hanno voglia i tifosi dei Cubs di lamentarsi: almeno Chicago ha avuto i Bears di coach Mike Ditka, i Bulls di Michael Jordan, i Black Hawks che dominano nell’ultimo decennio in NHL… e se vogliamo pure i White Sox, che sono sì rivali, ma almeno hanno portato un titolo MLB in città nel 2005. Invece i sogni di gloria di Cleveland si sono sgretolati partita dopo partita – heartbreak on the lake. Su con la vita Cleveland, come recitava uno striscione comparso nello stadio dei Browns qualche settimana fa, “We still have LeBron.”

E proprio King James era presente in quella gara 7 a mostrare i muscoli sull’home run di Rajai Davis per il 6-6. Portato allo stadio come amuleto (in realtà è tifoso Yankees), LeBron ha invece avuto l’effetto opposto. Per chi se lo fosse perso, al suo annuale party in tema Halloween, LeBron ha organizzato una signora festa, con tanto di decorazioni originali. Nello specifico, un teschio che suona una batteria sulla cui grancassa capeggiava “3-1 Lead.” A completare l’opera, biscotti a forma dilapide che recavano i nomi di Steph Curry e Klay Thompson. Gli dei del baseball, non essendo familiari col #23 e forse senza consultarsi con quelli del basket, non hanno gradito. Il finale lo conosciamo già. C’è da dire che almeno LeBron sa come vincere una gara 7. Perché il “3-1” del batterista smilzo non era certo da intendere come strizzata d’occhio agli Indians, ma come presa in giro verso i Golden State Warriors.Collage.jpg

Per chi avesse la memoria corta, l’anno scorso ai Cavs è servita proprio una rimonta da 1-3 per avere la meglio dei Warriors dei mille record. Prima di quest’anno solo 9 volte nella storia della NBA una squadra era riuscita a rimontare da uno svantaggio di 3-1: due volte era capitato al primo turno, quattro in semifinale e tre in finale di conference. Nel giro di un mese, prima i Warriors hanno rimontato gli Oklahoma City Thunder da 1-3 arrivando alle Finals e poi si sono fatti a loro volta rimontare dai Cavs sotto 1-3, circostanza mai verificatasi prima nelle Finals. Nell’hockey la cabala è più indulgente, con 28 occasioni in cui tale recupero si è verificato in una serie al meglio delle 7, ma una volta sola durante la finalissima, la Stanley Cup 1942. Il baseball, a sua volta, offriva agli sfavoriti qualche cubs-fanschance in più, pur con 5 sole rimonte da 3-1 portate avanti con successo nella storia delle World Series.

Theo Epstein, attuale presidente dei Cubs, riuscì in qualcosa che a oggi non ha precedenti, ovvero recuperare da 0-3 in una serie al meglio delle 7. Ci riuscì nel 2004 come GM dei Boston Red Sox, altra squadra che di maledizioni ne sa qualcosa. L’allenatore dei Sox del 2004? Quel Terry Francona che mercoledì sera sedeva sulla panchina degli Indians. Uno di loro due avrebbe fatto una doppietta clamorosa, sconfiggere due maledizioni ancestrali in una carriera. Il risultato però non andava cercato nei fondi di caffè, ma nel fondo del vostro scaffale delle VHS. Perché nel lontano 1989, quando Robert Zemeckis aveva inviato un giovane Michael J. Fox nel futuro, lo aveva fatto assistere alla celebrazione dell’improbabile titolo dei Cubs. In un mondo in cui i viaggi nel tempo restano una chimera, la vittoria dei Cubs era stata posta dal regista sullo stesso livello di impossibilità fantascientifica. Eppure da questa settimana è realtà. D’accordo, secondo Zemeckis l’anno sarebbe dovuto essere il 2015 e non il 2016, ma suvvia, la storia è già bella così.

MVProf

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