Il mondo dello sport reagisce all’elezione di Donald Trump

trump-wins-1-620x336L’America ha deciso che il prossimo presidente sarà Donald Trump e, anche se di certo non è un gioco, proviamo a leggere questa elezione nei suoi legami con lo sport

L’America ama gli underdog, quelli che entrano in una gara da sfavoriti assoluti. Giusto settimana scorsa il paese gioiva per i Chicago Cubs che erano riusciti a vincere le World Series dopo 108 anni, così come negli anni passati ha spalleggiato l’ascesa in NFL del pio Tim Tebow, l’improbabile conquista di NYC di Jeremy Lin o la miracolosa nazionale di hockey del 1980. Tutte queste Cinderella stories non reggono il confronto con l’upset verificatosi al termine del Super Tuesday dell’8 novembre, in cui gli Stati Uniti d’America hanno eletto Donald Trump come 45° presidente. A ribaltare ciò che si pensava impossibile è stato il gigante dormiente della classe media bianca, “the forgotten men and women” che avevano covato silenziosamente il proprio dissenso negli ultimi quattro anni. Talmente in silenzio che i tanto affidabili sondaggisti hanno sbagliato le previsioni. E non di poco.

La stragrande maggioranza dei media, supportati dai suddetti sondaggi, aveva espresso nelle scorse settimane il proprio endorsment a Hillary Clinton, citando a riprova statistiche a prova di bomba.ali2.jpg L’Huffington Post dava a Hillary il 98% di possibilità di essere eletta presidente dopo aver simulato digitalmente 10 milioni di volte le elezioni, esplorando i diversi scenari. Il New York Times era stato più conservativo, avendo inaugurato il Super Tuesday dandole “solo” l’85% di possibilità, affermando che “Mrs. Clinton’s chance of losing is about the same as the probability that an NFL kicker misses a 37-yard field goal.” Pessima, tragica idea quella di paragonare l’elezione di un candidato con la realizzazione di un FG da posizione favorevole, specie in un 2016 che ha visto numerosi kicker deludere le aspettative a causa del cosiddetto “morbo di Blair Walsh,” che pare aver contagiato i suoi colleghi kicker, quest’anno imprecisi a livelli record. La malattia deriva da quando il #3 dei Vikings lo scorso anno costò ai suoi la partita di playoff contro Seattle con un errore da sole 27 yard. Figuriamoci sentirsi in una botte di ferro da 37.

Esistono agganci anche più diretti fra Trump e il mondo dello sport. Moltissimi sportivi, seguendo il percorso tracciato dai media, si sono schierati con Hillary e hanno reagito con sorpresa all’esito delle elezioni, ma non sono comunque mancati gli endorsment a Trump. La carrellata dei suoi supporter è certamente piena di personaggi interessanti. La lista include l’ex Bulls Dennis Rodman (già figura controversa per essere culo e camicia col dittatore nordcoreano Kim Jong-un), l’ex coach Mike Ditka (che poco tempo fa si è schierato apertamente contro la protesta per i diritti dei neri portata avanti da Colin Kaepernick), la guardia dei Bills Richie Incognito (accusato e condannato per bullismo ai tempi dei Dolphins) e il suo attuale coach Rex Ryan, che introdusse Trump in un comizio a Buffalo con un appassionato discorso qualche mese fa .

Un altro personaggio dalle mille vite che di recente ha appoggiato Trump è Jesse “The Body” Ventura, ex grande nome del wrestling degli anni ’70-’80 e in seguito diventato attore e politico, arrivando a ricoprire nei primi anni 2000 il ruolo di governatore del Minnesota. I contatti di Trump col wrestling non si fermano qui, anzi si fanno ben più diretti. Al tempo della WWF, la Trump Plaza di Atlantic City ospitò due grandi eventi della più nota federazione di wrestling. Il primo giphy.giffu Wrestlemania IV, nel cui main event il compianto “Macho Man” Randy Savage sconfisse “The Million Dollar Man” Ted DiBiase per il titolo WWF. La location rimase la stessa anche per la seguente edizione del Grandaddy of Them All, Wrestelmania V, dove stavolta Savage venne sconfitto dall’immortale Hulk Hogan. Nell’era WWE, Trump in prima persona venne coinvolto in Wrestlemania XXIII: dopo che nelle precedenti edizioni di Raw si era generato un feud fra Trump e il padre e padrone del wrestling americano, Vince McMahon, i due arrivarono alla resa dei conti a WM23. Nella “Battle of the Billionaires” i due non combatterono però in prima persona: a rappresentarlo in sua vece, Trump scelse come wrestler Bobby Lashley, mentre McMahon scelse Umaga. In base ad una speciale stipulazione del match, il perdente si sarebbe dovuto rasare a zero la testa. Dopo un acceso match in cui lo stesso Trump atterrò McMahon con una clothesline, il milionario newyorkese, assistito da Lashley e dall’arbitro speciale “Stone Cold” Steve Austin, fece lo scalpo al rivale. Nel 2013, Trump venne poi introdotto nella WWE Hall of Fame, anche in base ad una stretta amicizia fra lui e McMahon.

Convitato di pietra a questa colorita tavolata pro-Trump è il QB dei Patriots Tom Brady. Qualche tempo fa i giornalisti scorsero nell’armadietto del pluricampione un cappellino con la celeberrima scritta “Make America Great Again”, spesso visto in testa a Trump e ai suoi supporter. Il giocatore è spesso stato elusivo circa i rapporti fra i due, pur senza nascondere un rapporto di amicizia di lungo corso. Ad un comizio in New Hampshire (che non a caso fa parte del New England), Trump avrebbe affermato alla folla che Brady e consorte gli avrebbero privatamente espresso il loro sostegno, mandando la gente in sollucchero. Giselle Bundchen ha negato il fatto con un commento sul suo profilo Instagram e Brady stesso si è poi trincerato in un no comment impostogli dalla moglie.

Insomma, se negli ultimi mesi per molti sportivi era di moda appoggiare Hillary, pochi hanno apertamente dato il loro sostegno a Trump. Ciò è riconducibile al cosiddetto effetto Bradley, ovvero quella situazione in cui un elettore bianco per vergogna si dice indeciso o tendenzialmente contro il candidato bianco, salvo poi votarlo. Non è la prima volta che Brady si trova suo malgrado al centro di una polemica che coinvolge Trump e lo sport. Poche settimane fa sono emerse registrazioni audio in cui Trump pronunciava discorsi osceni nei confronti delle donne, vantandosi150929_wabc_brady_trump_16x9_992.jpg delle sue conquiste e del suo stato privilegiato di vip. Il neo-presidente si era affrettato a minimizzare e relegare il tutto nell’ambito di “locker room talk,” chiacchiere da spogliatoio. Interrogati sull’eventualità che tali discorsi avvengano nei rispettivi spogliatoi, quasi tutti i membri di diverse squadre professionistiche americane si sono prontamente dissociati, ritenendo offensivo che Trump equiparasse il loro posto di lavoro con le sue sparate maschiliste. Brady, dal canto suo, abbandonò il podio dell’intervista nell’esatto momento in cui tale domanda gli venne posta. A fornire un inatteso assist a Trump è stata la prestigiosa università di Harvard. La squadra di calcio maschile del prestigioso ateneo è stata beccata con file contenenti valutazioni esaustive della controparte calcistica femminile; tuttavia, non si trattava di commenti tecnici, ma di google doc in cui le atlete venivano classificate per il loro aspetto fisico e apostrofate in maniera volgare. Sono solo chiacchiere da spogliatoio. E poi se lo dice anche il presidente…

Calciatori di Harvard a parte, il rapporto di Trump con le università è sempre stato assai spinoso. Quella che porta il suo nome, la Trump University, è stata lanciata nel 2005 e fin dal 2011 è stata al centro di numerose inchieste; in seguito a numerose lamentele rivolte da ex-studenti, voci autorevoli l’hanno classificata come una macchina da soldi fraudolenta volta a fregare i creduloni ed è tuttora al centro di due class action. Quelle rispettabili, di università, hanno a loro volta un’idea ben precisa del neo-presidente Trump. Infatti, le contee americane al cui interno figura una prestigiosa università hanno in larga maggioranza votato democratico, come testimonia il Pew Research Center, che ha rilevato che i votanti con almeno una laurea hanno preferito Hillary a Trump di 9 punti percentuali. E se ciò è facilmente riscontrabile nelle grandi aree metropolitane già storicamente in mano ai democratici, ad ulteriore riprova di ciò basti controllare gli stati chiave ex-democratici finiti nella mano Schermata 2016-11-10 alle 23.24.21.pngrossa dei repubblicani. In North Carolina, la contea di Orange ha votato blu al 74%, mentre la vicina contea di Durham addirittura al 78%. Queste due piccole contee sono rilevanti perché ospitano rispettivamente UNC e Duke, che oltre che il prestigio accademico si contendono da decenni il primato sportivo sul parquet del Dean Dome e del Cameron Indoor Stadium. Passando in altri stati, questa tendenza resta verificabile: in Florida, nella contea di Alaucha (59% blu e casa dei Florida Gators), così come in Wisconsin nella contea di Dane (71% blu, dove la squadra di basket dei Badgers fu seconda classificata al torneo NCAA del 2015 dietro a Duke) e in Ohio in quella di Franklin (61%, dove gli Ohio State Buckeyes sono da anni nel gotha del college football). Pur nel super conservatore Kansas che ha votato Hillary solo al 36%, la contea di Douglas si è invece espressa per il 62% in suo favore; molti dei suoi votanti sono stati i giovani membri del corpo studentesco di Kansas University. Al contrario, ha votato per Trump il 67% degli elettori bianchi che non sono mai andati al college o che non lo hanno mai completato. Ben 9 punti in più del 58% che si era espresso a favore di McCain nel 2008, segnale del duro e metodico lavoro che il magnate newyorkese ha condotto nelle piccole città americane dell’entroterra americano dove le elezioni si sono in buona parte decise.

Chi invece si era schierato apertamente in favore della candidatura di Hillary Clinton è LeBron James. Durante un ultimo e strategico comizio a Cleveland, OH Hillary ha fatto salire sul paco King James per aizzare la folla e indirizzare il voto dello swing state Ohio verso i democratici. Dal 1944 immancabilmente, salvo una sola eccezione (1960 JFK vs Nixon), il candidato votato dall’Ohio ha poi vinto le elezioni presidenziali. Non si tratta di sola cabala: la presenza di LeBron ha rappresentato un forte indizio sull’importanza della conquista dell’Ohio.

Martedì sera, però, LeBron ha dovuto incassare due sconfitte in una sola serata: i suoi Cavs hanno perso contro Atlanta la prima partita stagionale e il suo stato dell’Ohio è finito nelle mani di Trump. Anche se le contee cittadine di Cuyahoga (Cleveland), Hamilton (Cincinnati) e Franklin (Columbus), oltre che quella di BN-QQ690_Lebron_P_20161106180247.jpgSummit, dove si trova la sua nativa Akron, hanno votato per Hillary, il resto del Buckeye State ha invece votato in larga parte per Trump. E i suoi numeri, benché striminziti nei già citati centri cittadini, hanno sovvertito la campagna pro-Hillary portata avanti dal paladino dell’Ohio col #23: a fine serata, l’Ohio si è infatti illuminato di rosso. Il che significa che, avendo lo stato appoggiato i Repubblicani col 52% dei voti contro il 44% per i Democratici, i relativi 18 grandi elettori sono andati rimpolpare quelli già accumulati dal tycoon. Più che le parole del Prescelto, a far pesare la bilancia verso destra è stata in primo luogo la politica ambientalista del Presidente Obama, tendente a penalizzare le zone del Midwest di forte matrice industriale. Ma non solo: in un momento storico in cui sembrava chiaro che l’America stesse andando decisa in direzione del politically correct, del dar la voce a tutti, del movimento Black Lives Matter… da dietro le quinte l’America bianca covava vendetta.

A posteriori, è facile immaginare che i bianchi si siano sentiti in qualche modo offesi, quasi esclusi. Interpretando il pensiero dei blue collar del midwest, perché tanto baccano per gli altri quando io sono ancora senza lavoro? Poco importa che il paese sia ancora per lo più creato dai bianchi per i bianchi. È un ragionamento pericoloso, ma ciononostante fondato: dare diritti a chi è diverso fa sentire svalutati i diritti di chi già li possiede – e non ha dovuto combattere per averli. Per l’altra metà del paese, dopo il 9/11, l’11/9 è il secondo giorno peggiore della loro storia recente. Proprio oggi LeBron e i Cavs incontrano il Presidente Obama alla Casa Bianca per celebrare la vittoria del titolo NBA dello scorso giugno. Ma, vista l’aria che tira per entrambi, ci sarà poco da festeggiare.

MVProf

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