Schiavi o paperoni in erba? La spinosa questione dei giocatori di college (parte 1)

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Nella prima parte della nostra inchiesta tripartita, facciamo un po’ più di chiarezza sull’NCAA, com’è strutturata, come opera e il giro di affari che genera

Questo articolo vuol essere una sorta di figlio dell’articolo di pochi giorni fa su Joe Mixon e i suoi guai con la gestione della violenza. Verso la fine si era brevemente accennato all’NCAA e alla sua “particolare” gestione dei giocatori che a molti appare immorale: mi è parso uno spunto interessante per trattare questo tema separatamente. Nel presente articolo tripartito, vorrei fare in primo luogo un po’ più di chiarezza sull’NCAA, illustrando com’è strutturata, come opera e quant’è efficace; nel secondo articolo illustrerò i pro e i contro del pagare emolumenti ai giocatori di college, arrivando infine con l’ultimo a tentare di dare una risposta all’annosa questione che da anni tiene in scacco milioni di famiglie, istituzioni ed istituti.

Partiamo dalle basi, che forse fa sì che uscirà un primo articolo molto descrittivo – forse al limite del noioso – e me ne scuso. Ma per compiere questo nostro percorso in maniera esaustiva bisogna partire dall’inizio per giungere ad un epilogo soddisfacente. La sigla NCAA è un acronimo che sta per National Collegiate Athletic Association, associazione no-profit che raccoglie, regola e organizza i programmi sportivi di 1281 fra università, college e altri tipi di istituti americani e canadesi, e più di 460mila studenti-atleti (termine tecnico con cui avremo molto a che fare). L’NCAA al suo interno è divisa in un sistema di division e di conference. Della Division I fanno parte le università più grandi e con maggiore tradizione sportiva, come gli UCLA Bruins e gli original.jpgAlabama Crimson Tide; gli atenei della Division II sono invece di dimensioni minori, e stesso dicasi per quelli di Division III, che però a differenza delle altre due scelgono di non offrire alcun tipo di borse di studio.

All’interno di queste tre division ci sono rispettivamente 11, 25 e 45 conference in base alla suddivisione geografica all’interno dell’immenso territorio americano. O almeno originariamente era così: da alcuni anni, ad esempio, i Boston College Eagles e i Syracuse Orange, che sulla cartina farebbero parte del nord-est del paese, hanno fatto il loro ingresso nella ACC (Atlantic Coast Conference), una delle conference più competitive del paese e che alla sua fondazione comprendeva solo università del sud-est della costa atlantica. Una delle conference di D-I più accreditate è appunto la ACC, che insieme a SEC, Big Ten, Pac 12 e Big 12 forma le “Power Five,” le conference più facoltose e piene di talento del paese. Ci sono poi ulteriori sottoclassi a seconda dello sport, ma evitiamo di andare troppo sul tecnico. L’essenza no-profit dell’NCAA comporta che, del quasi miliardo generato annualmente, quasi la totalità dei soldi viene ridistribuita alle scuole. Ad esempio, nell’anno fiscale 2014 l’NCAA, secondo l’Huffington Post, ha generato $989M di ricavi a fronte di $909M di spese: i circa $80M di surplus non sono stati un ricavo in senso stretto, ma sono andati a rimpolpare una parte delle casse dell’NCAA – tecnicamente vuote per il suo status no-profit.

Il motivo è la possibilità di usare il denaro come paracadute in un futuro in cui ciò fosse necessario per andare a colmare situazioni straordinarie, come eventi inattesi che ne paralizzassero le entrate o catastrofici infortuni agli studenti-atleti. Fra queste ultime evenienze, l’interruzione imprevista del torneo maschile di basket, che ha la sua apoteosi nell’annuale March Madness: da solo, il torneo genera fra l’80% e il 90% dei guadagni annuali dell’NCAA, che pure potenzialmente può contare su entrate derivanti da 54 diversi sport fra squadre maschili, femminili e miste. Motivo principale di questa disparità gargantuesca è il contrattone di 14 anni firmato nel 2010 fra la NCAA e CBS/TNT, che per la cifra monstre di $10.8 miliardi si sono assicurati la possibilità di trasmettere le partite del torneo di basket, come documentato dall’NCAA stessa. Nel 2016 le parti hanno addirittura firmato un’estensione Best-March-Madness-apps.jpgdi ulteriori 8 anni fino al 2032 da $8.8 miliardi, di fatto valutando la manifestazione più di un miliardo all’anno per la prima volta. Parliamo di numeri secondi solo a Super Bowl, e superiori alle NBA Finals e alle World Series di baseball.

Ora, considerati questi numeri, andrebbe calcolato il totale degli stipendi degli studenti-atleti che rendono il torneo NCAA una tale gallina dalle uova d’oro. Zero dollari, niente di niente, nemmeno un soldo bucato. Sì, avete letto bene, nessuno di essi, come anche per quanto riguarda gli altri sport, vede nemmeno l’ombra di un verdone derivante dai propri contributi atletici. La principale motivazione addotta è che ad essi viene offerta come compensazione in molti casi una scholarship, una borsa di studio che copre le tasse universitarie nella loro interezza o a volte solo parzialmente. Certo, nessuno si illude che gli studi siano il motivo principale per cui molti atleti di high school selvaggiamente reclutati dalle università scelgono un certo tipo di alma mater rispetto ad un’altra, altrimenti l’Ivy League (Harvard, Yale, Brown…) avrebbe non solo le scuole, ma anche le squadre migliori del paese. Ma, considerato che la netta minoranza degli studenti-atleti passa poi al professionismo, le nozioni imparate sui banchi di scuola sono una risorsa più preziosa di quanto molti giovani non realizzino in un primo momento.

Il sistema è del tutto estraneo al modello europeo, basato, specie per quanto riguarda il calcio, su un alveare di squadre giovanili in orbita ai principali club. Tuttavia, lanciarsi in un paragone con il calcio nostrano e definire gli studenti-atleti come il corrispettivo della squadra primavera rappresenta una semplificazione eccessiva. Vero, loro sono in alcuni casi future stelle dello sport che in giovane età devono ancora farsi le ossa, ma non esiste alcuna affiliazione diretta fra un college e una squadra pro, come invece succede fra Real Madrid e Real Madrid B o fra le squadre di NBA e quelle di D-League. Il motivo di ciò è che la 2012-nfl-draft.jpgmaniera in cui questi “amatori” accedono al livello di sportivi professionisti è attraverso un processo di selezione chiamato draft.

Una volta ogni anno, prima dell’inizio della stagione regolare, le squadre professionistiche, attraverso scout, osservatori ed esperti scelgono i giovani prospetti durante una o più serate. Il draft è strutturato in modo che, peggiore è stata l’annata di una determinata squadra, prima essa ha diritto ha rinforzarsi con un talento creduto in grado di riportarla agli onori, facendo sì che, idealmente, ogni team viva ciclicamente periodi di vacche magre e altri di vacche grasse. Questo se e solo se esiste in primo luogo una lega professionistica di quello sport. Quindi basket maschile (NBA) e femminile (WNBA), football americano (NFL) e canadese (CFL), hockey (NHL), baseball (MLB) e calcio (MLS). Per tutti gli altri si tratta di scegliere se tentare la carriera pro individualmente (tennis nell’ATP o WTA, golf nel PGA, ecc…) oppure buttarsi nel mondo del lavoro.

Ogni sport ha contingenze specifiche: per esempio, attualmente per entrare in NBA bisogna aver finito il liceo almeno da un anno. La maggior parte dei giocatori di basket va al college, mentre altri scelgono di giocare per un anno oltreoceano, dove però la copertura mediatica è molto inferiore. Brandon Jennings, ora guardia dei New York Knicks, invece del college scelse di giocare per un anno per la Virtus Roma. Invece, per entrare in NFL servono almeno tre anni: vista l’assenza del gioco del football da altre parti del mondo, sostanzialmente la totalità degli atleti con ambizioni passa dal college. Mosca bianca è stata la meteora Jarryd Hayne, che giocò per un anno coi San Francisco 49ers pur avendo un background unicamente rugbistico australiano. Data l’assenza di una sorta di Minor League in cui saltare direttamente dal liceo e venire pagati, il college resta di gran lunga la strada preferita dai giocatori, che assicura loro la migliore piattaforma in cui mettere in luce i propri acerbi talenti.

Ora che abbiamo più chiare le dinamiche strutturali, veniamo al punto cruciale: pagare o non pagare gli studenti-atleti? L’inchiesta si infittisce nella prossima puntata…

Parte 2

MVProf

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