7 a settimana – week 17

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Ogni settimana tratteremo sette spunti di riflessione più o meno seri donatici dalla National Football League

IL DARRELLE DI MICHELANGELO – All’inizio dell’anno si era già discusso su come Darrelle Revis fosse ampiamente calato come cornerback e su come la temuta Revis Island fosse ormai al pari di un atollo delle Hawaii costantemente bombardato da testate nucleari. Domenica Revis ha finalmente messo aNew York Jets v Buffalo Bills referto un intercetto (pur su palla deviata e cadutagli fra le braccia). Il giocatore dei New York Jets solo altre due volte in 10 anni di carriera non è riuscito a registrare almeno due intercetti in un anno, per di più dopo averne registrati cinque appena un anno fa. Come se non bastasse, la gioia per la sua giocata è poi stata offuscata dall’ennesima giocata in cui il ricevitore avversario, stavolta il giovane Hunter, lo ha totalmente bruciato sulla corsa e spedito gambe all’aria. Nel dopo partita, Revis ha mostrato più spavalderia di quanto le sue prestazioni attuali suggerirebbero, avendo dichiarato di voler continuare a giocare, ma di poterlo anche fare lontano dalla Grande Mela, qualora i Jets non lo tratteranno col rispetto che una leggenda come lui merita. Il 31enne è a libro paga per $15M il prossimo anno, prezzo salato per chi ha avuto una carriera così impressionante da meritare una statua, ma che al momento con una statua condivide anche atletismo e agilità.

NESSUNA STRADA PORTA A ROMO – Giorni, settimane, mesi a porsi la stessa domanda: vedremo ancora Tony Romo in campo nella maglia stellata dei Dallas Cowboys? Dall’infortunio in preseason al lento recupero, con nel mezzo dichiarazioni di Jerry Jones che trasudavano un mix di amore e tristezza. Colpevole – si fa per dire – è il rookie Dak Prescott, che ha reso le prestazioni di Romo obsolete. Domenica si è arrivati all’atto finale anche per i Cowboys contro i Philadelphia Eagles. I Cowboys hanno fatto riposare Bryant e Elliott, mentre altri titolari, come Prescott, sono rimasti in campo solo per la parte iniziale dell’incontro, poi perso 27-13. Romo è entrato per giocare un solo drive: 3 su 4 per 29 yard e un TD. In soli quattro passaggi tentati ha mostrato la sua propensione per quel gioco verticale da cui spesso e volentieri si astiene Prescott, in primis poiché esso porta al tempo stesso grossi rischi e grossi dividendi. Il football “prudente” di Prescott li ha portati al secondo miglior record nella storia della franchigia texana, ma inevitabilmente i fan di Romo continueranno a pensare che, durante i giphy.gifplayoff, un passaggio errato di Prescott, un fumble perso o qualunque altro errore sia sufficiente per mandare in campo Romo. Chiaro, Dak non ha uno straccio di esperienza ai playoff e nell’ipotesi in cui Dallas vada sotto di 27 punti a metà secondo quarto non è assurdo pensare di chiedere un miracolo a Tony. Eppure, Romo a sua volta ha esperienza molto relativa di playoff e a prescindere da tutto il prossimo anno giocherà altrove. Questi Cowboys non sono una meteora, non stanno attraversando un’annata fortunata né sono imbottiti di veterani all’ultimo giro sulla giostra. No, questa squadra sarà una seria candidata al titolo per anni a venire. Tutti dovrebbero essere contenti: Dak è passato da carneade a candidato MVP, Romo ha fatto vedere ad altri 31 team di essere ancora in grado di giocare e Jerry Jones può portare finalmente un titolo nella grande D.

NOSTRADAMUS FATTI PIÙ IN LÀ – Alla fine aveva ragione lui. A metà novembre, nel momento peggiore della loro stagione, i Green Bay Packers avevano 4 vittorie e 6 sconfitte, delle quali le ultime due dopo aver concesso 89 punti combinati a Titans e Redskins. Erano senza un RB, senza una secondaria e con i media che si dividevano fra chi voleva la testa di coach McCarthy su un piatto d’argento e chi riesumava vecchi compagni di636185462356823335-AP-FBN-Packers-Rodgers-to-Ne.jpg squadra in cerca di magagne sullo spogliatoio giallo-verde. Ma lui, Aaron Rodgers, dall’alto del suo status di adulto fra un branco di bambini, sapeva già tutto. Nel 2014, coi suoi Packs sotto 1-2 a inizio anno, il QB disse chiaro e tondo ai fan che non dovevano farsi prendere dal panico: “Ho cinque lettere per voi,” disse, “R-E-L-A-X.” Quell’anno A-Rod trascinò i suoi fino alla finale di NFC. Quest’anno tenterà di portare i suoi anche più in là. Il seme ormai germogliato fu piantato appunto in novembre, contro tutto e tutti, quando disse che i Packs potevano “run the table,” espressione derivante dal biliardo che applicata ad altri sport vuol dire vincere ogni partita rimanente. Il passaggio a un linguaggio più metaforico non ha prodotto cambiamenti in negativo: 6 vittorie su 6, Detroit Lions rimontati e battuti 31-24 proprio in casa loro. Buon per questi ultimi che il risultato di un’altra partita li ha comunque ammessi ai playoff…

I PELLEROSSA SI SONO FATTI LO SCALPO – …partita che era appunto quella fra Washington Redskins e New York Giants. Contando sulla sconfitta dei Lions, agli ‘Skins bastava battere i Giants per assicurarsi l’ultimo biglietto per il treno dei playoff. Solo una settimana prima, i Giants avevano prodotto una prestazione moscia che aveva portato al successo gli Eagles. Motivo principale era che la franchigia newyorkese era certa della propria presenza ai playoff e aveva quindi iniziato a riposare fisicamente e mentalmente, priva di ulteriori motivazioni. Sarebbe ingenuo pensare che Washington abbia approcciato la partita ap-giants-redskins-football.jpgsperando di trovare nei G-Men poco più che degli sparring partner, ma potendo contare su maggiori motivazioni, fattore campo e rivalità divisionale, la squadra della capitale sembrava partire caricata a pallettoni. Invece, forse proprio per questioni di rivalità divisionale, i Giants hanno giocato per davvero e Washington non ha saputo sferrare il colpo della vittoria, perdendo 19-10. Nel precedente incontro fra le due squadre, Washington vinse perché nel drive decisivo Eli Manning lanciò uno sciagurato intercetto. Dato il senso dell’umorismo della storia, stavolta Washington ha perso perché Kirk Cousins ha lanciato un intercetto nel drive decisivo. E proprio il Capitano Kirk potrebbe essere quello a pagare il prezzo più alto. Letteralmente. Solo 12 mesi fa aveva portato i suoi ai playoff vincendo la division, mentre quest’anno l’ha chiusa al terzo posto, fuori dai playoff e mettendo la pietra tombale con quell’intercetto. Ora che in estate le negoziazioni per il nuovo contratto procederanno, questi errori potrebbero costargli non il posto (in fondo i QB affidabili sono merce rara e non essere élite vuol solo dire non fare di cognome Brady), ma una cifra di svariati milioni di dollari.

CHI BEN COMINC… AH, NO – Dopo 5 settimane in questa stagione NFL, i Minnesota Vikings erano 5-0, i Denver Broncos 4-1, gli Eagles pure 4-1; al contrario i Kansas City Chiefs erano 2-2, i Giants 2-3 e i Miami Dolphins addirittura 1-4. Come per le diete miracolose, facciamo un raffronto prima/dopo. I Vikings parevano in carrozza per arrivare in fondo all’NFC North, e non pochi pensavano fino al Super Bowl. 20130922__9-22 Vikings abyss_400.jpgDa quel momento, i Vikes hanno proseguito su tutt’altri binari e chiuso la stagione 3-8, finendo quindi 8-8, terzo posto nella division e ampiamente fuori dai playoff. Denver, imbattuta nelle prime 4 settimane, pareva riuscire a sopperire ad un attacco deficitario con una difesa di prima qualità. A Philly si era ancora in piena luna di miele con Carson Wentz e ci si illudeva che il processo di ritorno al top fosse già stato completato. KC pareva già tagliata fuori in una AFC West in cui Broncos e Raiders erano partite 4-1. I Giants parevano bloccati della scarsa produzione di Odell Beckham jr, un solo touchdown in 5 settimane. Miami se la passava peggio di tutti, potendo giusto vantare una misera vittoria, per giunta ottenuta in overtime contro i Browns. Risultato finale: Minnie, Denver e Philly fuori da tutto a leccarsi le ferite, invece KC, NYG e Miami ai playoff. La lezione? Non sempre chi ben comincia è a metà dell’opera.

L’ALLENATORE NEL PALLONE 2 – Mai come quest’anno gli allenatori stanno saltando come soldati su un campo minato. In precedenti articoli si era parlato delle difficoltà dei coach Ryan e Fisher (cacciati come anche Bradley dai Jaguars), oltre che di Lewis e Bowles di cui ancora non si hanno notizie certe. Di certo c’è invece che Mike McCoy non è più l’allenatore dei San Diego Chargers, licenziato dopo un’annata ben documentata su questo blog. Stante la probabile volontà di lasciare San Diego alla volta di LA, è probabile che la dirigenza Chargers abbia pensato di rinnovarsi il look anche in panchina dopo 4 anni. Chi invece è stato allontanato dopo appena una stagione è Chip Kelly. I San Francisco 49ers hanno salutato con poche smancerie sia lui sia il GM Trent Baalke dopo una disastrosa stagione con solo due vittorie. Kelly paga ben oltre i the_latest_49ers_fire_coach_chip_kelly_gm_trent_baalke_m12.jpgpropri demeriti, così come l’anno scorso fu assunto oltre i propri meriti, appena pochi giorni dopo il suo licenziamento da Philadelphia. Con la polemica legata a Colin Kaepernick, una difesa fra le peggiori nella storia della franchigia e tanta confusione in società (si dice che Kelly volesse draftare Prescott, ma gli fu imposto il veto da Baalke) pochi avrebbero fatto cose assai migliori. Ad andarsene dai Broncos è stato coach Kubiak, ma stavolta di sua volontà per problemi di salute, gli stessi che da tempo danno noie a Andy Reid. Detto questo, sono ufficialmente sei le panchine libere – in ordine di appetibilità: Denver, LA Rams, LA(?) Chargers, Jacksonville, Buffalo e San Francisco. Traballano anche Fox a Chicago, Pagano a Indianapolis e Rivera a Charlotte. Il 2017 si aprirà con tante facce nuove in posti nuovi.

APOLOGIA DEL CORISTA – Quando si accendono i riflettori, tutti vogliamo avere la chance di avere un momento di gloria. Ma la vita non è fatta solo di solisti: anzi, per ogni solista al mondo, ci sono svariati coristi di supporto, solo un po’ più indietro nel palco e senza il proprio nome scritto su t-shirt e striscioni. Quella di essere un corista, in senso lato, è la più inesatta delle scienze. In sport di squadra con pochi atleti, alcuni team decidono di mettere insieme la squadra più forte, ma può succedere come in Hill_Wonder.jpgMotoGP, dove mentre Rossi e Lorenzo si scornavano Marquez ringraziava e vinceva. Altri, al contrario, scelgono consapevolmente di affiancare un membro di élite a una mera spalla, come fece la Ferrari per anni con Schumacher e prima Irvine, poi Barrichello. In NFL, il discorso è simile. Immaginiamo una squadra come una piramide: 53 giocatori per squadra, 11 in campo insieme, 1 solo quarterback da scegliere fra due, massimo tre pari ruolo. Oltre all’eccezione di trovarsi quasi per caso un giocatore fortissimo e pronto a passare dal ruolo di sbarbatello a quello in grado di soppiantare il titolare (vedi Bledsoe-Brady e di recente Romo-Prescott), ci sono altri tre tipi di back-up QB: i rookie, quelli così così e quelli troppo scarsi per ambire a qualcosa di più. Per primo, i rookie sono merce preziosa in NFL, perché costano poco, non si lamentano e possono essere plasmati lontano dai riflettori. La situazione ideale per ogni GM è quella di avere un solido, maturo QB cui affiancare un giovane prospetto dal college ed arrivare ad un armonioso passaggio di consegne; questo è capitato ad esempio, seppure non troppo armoniosamente, a Green Bay nel passaggio da Favre a Rodgers. Altri QB invece invecchiano passando la carriera intrappolati fra due ruoli, troppo bravi per essere sostituti, troppo scarsi per essere titolari. In tempi recenti non si può non pensare a gente come Brian Hoyer, titolare coi Browns – anzi riserva – panchinaro ai Bears – anzi titolare. C’è infine chi passa un’intera carriera nel ruolo di back-up, come i fratelli Luke e Josh McCown – o Charlie “Clipboard Jesus” Whitehurst 6864712.jpgche lo ha elevato a vera e propria arte – e lo fa con piena consapevolezza dei propri limiti e dello scarsissimo tempo che avranno per vedere il campo da vicino. Questa strana stagione 2016 si è appena chiusa e i playoff cominceranno con 3 squadre su 4 in AFC a partire con QB di riserva. Matt Moore, Connor Cook e – non è da escludere – Tom Savage saranno al timone delle rispettive squadre dopo una stagione (e una carriera) passata in panchina per la stragrande maggioranza. L’ultimo QB ad iniziare la stagione come riserva e portare i suoi al trionfo fu (manco a dirlo) Tom Brady nel 2001. No, non ci apprestiamo a vivere il riscatto dei QB di riserva, perché nessuno di quei tre giocatori è paragonabile a Touchdown Tommy né la storia è dalla loro parte. Tuttavia, per un puro discorso matematico, almeno uno di loro vincerà una partita di playoff e lo racconterà ai nipotini: per molti colleghi coristi, già questo sarebbe l’highlight della carriera.

MVProf

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