Una vittoria dal sapore diverso

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Andando oltre alla cronaca della vittoria di Carolina, ci addentriamo nei diversi strati di sotto-storie che popolano da sempre le migliori storie sportive a stelle e strisce

Nel precedente articolo si è dato conto della vittoria dei North Carolina Tar Heels contro i Gonzaga Bulldogs nella finale di NCAA vinta dai primi col punteggio di 71-65. Pagato il doveroso tributo ai fatti, passiamo al livello successivo, quello delle storie sportive e umane dei protagonisti di questa meravigliosa impresa. Della motivazione che ha spinto i Tar Heels (vedi frame spietato) si è già accennato, ma si è solo grattato la superficie. Il “Redemption Tour” era cominciato con un gruppo di messaggi creato dai giocatori stessi, che si erano ripromessi fin dalla scorsa estate che niente si sarebbe più frapposto fra loro e il titolo. E così è stato. Tolto Justin Jackson, già McDonald’s All-American ai tempi del liceo e futuro giocatore NBA che gli esperti suggeriscono verrà scelto fra le prime 10/15 chiamate, tutti i protagonista di questa squadra sono per certi versi inaspettati.

Joel Berry II, votato Most Outstanding Player del Championship game, che ha stretto i denti per arrivare alla finalissima, dopo essersi infortunato entrambe le caviglie e aver faticato come un dannato contro Oregon alle Final Four. Theo Pinson, versione dell’ala ancora più dinamica del JP9778979-joel-berry-ii-ncaa-basketball-north-carolina-georgia-tech-850x560.jpg Tokoto 2013 e la cui presenza in campo, per quanto silenziosa, è sinonimo di vittoria (5 delle 7 sconfitte stagionali sono arrivate quando era infortunato). Il play di riserva Britt, fratellastro di quel Kris Jenkins che lo aveva “ucciso” con quella tripla un anno prima e che ora lo seguiva a bordo campo coi colori di UNC. Fra i lunghi, Kennedy Meeks (13 doppie-doppie in stagione) e Isaiah Hicks (13+9 in finale, oltre al canestro decisivo), veterani del gruppo che coronano i loro quattro anni a Chapel Hill con un titolo e che lasceranno ora posto e minuti a Luke Maye, salito alla ribalta dal completo anonimato per il canestro della vittoria contro Kentucky.

La redenzione, sportivamente parlando, è un tema che accomuna altre imprese oltre a quella degli Heels. L’esempio più prossimo in quanto a sport arriva dai San Antonio Spurs del 2014, che persero un titolo già vinto nel 2013 per colpa di un tiro di Ray Allen e che si ripresentarono l’anno dopo con quasi lo stesso gruppo e un’enorme scimmia sulla spalla, vincendo il titolo. Un’impresa simile ancor più vicina nel tempo è anche riuscita ai Clemson Tigers, sconfitti dagli Alabama Crimson Tide nel 2016 e vittoriosi l’anno seguente con un touchdown all’ultimo disperato drive. Perdendoci un po’ per tempo e geografia nel libro dei ricordi, potrebbe anche citarsi il Milan del 2007, che, pur con due anni di distanza, vendicò la clamorosa sconfitta di Istanbul contro il Liverpool schierando in gran parte lo stesso zoccolo duro e alzando con Paolo Maldini la settima “coppa dalle grandi orecchie” della storia del club.

Oltre a questa narrativa fatta di caduta e redenzione, ciò che accomuna Spurs, Tigers e Milan è una tradizione fatta di successi e tradizione. A sua volta, North Carolina ha pieno diritto di cittadinanza in questo smith_70647888.jpggruppo, avendo raccolto il quarto titolo NCAA in quattro decadi consecutive, traguardo mai raggiunto da nessuna università nella storia. La domanda sorge quindi spontanea: dove collocare gli Heels versione 2017 rispetto alle altri compagini titolate, sia in assoluto sia sotto coach Williams? Difficile parlare ora della UNC che nel 1957 centrò il primo successo, ma vale la pena sottolineare i due successi seguenti, che portano la firma immortale di coach Dean Smith. Egli nel 1982 poteva contare su una squadra con fenomeni assoluti come Michael Jordan, James Worthy e Sam Perkins, mentre nel 1993 col talento di Eric Montrose, George Lynch and Donald Williams diede in stagione una media di scarto di 18pts ad ogni avversario.

Sotto Roy Williams, gli Heels trionfarono nel 2005 con una squadra già rodata e condotta al titolo da Rashad McCants, Marvin Williams, Raymond Felton e Sean May – tutti scelti al primo turno nel successivo draft. Nel 2009, per finire, Carolina aveva il lusso di giocare con Ty Lawson, Danny Green, Ed Davis, Wayne Ellington, Tyler Zeller e Tyler Hansbrough, un team talmente dominante che fu testa di serie #1 per tre anni filati e che regolò in finale la Michigan State di un Draymond Green al suo anno da freshman. Dopo la serie di scandali circa frodi accademiche che ha colpito l’università dal 2011, il reclutamento di talenti delle high school è stato ancora più problematico, con un solo McDonald’s All-American che fra il 2015 e il 2017 ha accettato di venire a UNC. La paura di sanzioni gravi, come esclusione dal torneo NCAA o riduzione delle borse di studio riservate agli atleti, è andata tutta a vantaggio di scuole come la Kentucky di coach Calipari e la Duke di coach Krzyzewski, abili a cogliere la palla al balzo e sfornare super-team di anno in anno. Basti pensare ai Wildcats vincitori nel 2012 con in squadra Anthony Davis, Michael Kidd-Gilchrist e Marquis Teague, o ai Blue Devils del 2015 con Kahlil Okafor, Justine Winslow e Tyus Johns. Tutti giocatori one-and-done poi scelti al primo turno del successivo draft NBA.

Che cosa ha reso allora UNC vincente ancora una volta? In breve, la volontà di fare di un gruppo di giocatori una seconda famiglia. E la ragione di questa mentalità non può che partire dal capo famiglia, Roy Williams. Il coach dalle mitiche giacche a quadrettoni è da sempre in prima linea per proteggere i suoi ragazzi ed ergersi a scudo rispetto contro alle diffidenze e alle critiche che arrivano dall’esterno. Roy-Williams-cuts-net1.jpgNei giorni scorsi, ad esempio, è arrivata la sua replica stizzita in relazione alle accuse del presidente della University of Maryland President Wallace Loh, che si augurava che l’NCAA applicasse la “pena di morte” al programa di basket di UNC. A dispetto della fuga di talenti verso altri lidi, dove viene promesso loro di transitare direttamente dall’università all’NBA in appena un anno, coach Williams ha stabilito la mentalità di un gruppo solido all’interno di un pool di giocatori forti, ma senza individualità dal talento cristallino, dando ancor più credito al concetto di un totale che è maggiore della somma delle sue parti. Un esempio? Meeks è passato da 25+14 contro Oregon a 7+10 contro Gonzaga, mentre contro gli stessi Zags Berry e Hicks hanno segnato 35 punti combinati sui 71 totali di UNC, pur dopo aver tirato insieme 3-su-26 dal campo contro i Ducks. In entrambi i casi, sono arrivate due vittorie per il gruppo, nonostante oscillazioni tanto evidenti da parte dei singoli.

Mentre nel 2013 lo scandalo si gonfiava sempre più di anno in anno, giocatori come Jackson, Pinson e Berry, fra gli ultimi McDonald’s All-American arrivati in NC, avevano avuto la possibilità di venir meno alla propria parola e accasarsi altrove. Eppure, era bastato scambiare due parole con Roy Williams per ricevere le rassicurazione necessarie – non tanto dal punto di vista legale, ma umano in primis. Questo e tanto altro è stato riassunto da Jackson e dalle sue parole: “People just fall in love with Carolina. Everyone falls in love with the program. It’s a family, and sometimes it’s hard to leave a family.” Mentre le altre scuole strizzavano fino al midollo i giocatori one-and-done prima di spedirli fra i pro, UNC ha stabilito nell’ultimo quadriennio una cultura di stabilità e familiarità, tanto che quest’anno fra gli 8 giocatori in rotazione ben 6 al terzo o al quarto anno. Con la partenza di quattro di loro (Jackson, Berry, Hicks e Meeks) e la spada di Damocle di punizioni in arrivo dall’NCAA, l’anno prossimo sarà complicato per UNC tentare il repeat, ma con coach Williams al comando è certo che il futuro fa almeno un po’ meno paura.

MVProf

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