Schiavi o paperoni in erba? La spinosa questione dei giocatori di college (parte 3)

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Siamo giunti all’atto finale. Supponiamo di far campagna per il partito del SÌ e di voler sostenere il pagamento di un qualche tipo di stipendio per questi giovani sportivi: funzionerà?

Parte 2

Cominciamo – o meglio, ricominciamo – prendendo in esame l’eventualità di pagare tutti gli studenti-atleti di tutti gli sport all’interno di un singolo college americano minore di nostra invenzione che chiameremo Arcadia State University, per dare un tocco bucolico. Immaginiamo un corpo studentesco con al suo interno 400 atleti impegnati in diverse discipline sportive. Pagando ognuno di essi per 12 mesi l’anno la cifra “simbolica” di $200 mensili, si arriverebbe ad un totale di $960.000. Supponendo poi di essere fra il 90% delle università in perdita nel settore sportivo, come far rientrare nel budget quasi un ulteriore milione di dollari in perdite? E per gli studenti-atleti farebbe davvero tanta differenza ricevere un paio di Benjamin Franklin? D’altro canto, alzare gli emolumenti diventerebbe un gioco al massacro.

In ogni caso, tutto ciò suona pericolosamente simile ad un concetto di redistribuzione della ricchezza caro al socialismo, parola che fa ancora drizzare i peli sul coppino di moltissimi americani. Sotto questo punto di vista, gli studenti-atleti “minori” verrebbero ricompensati ben al di là dei propri meriti: se voi foste un datore di lavoro, stacchereste assegni a chi fa perdere soldi alla vostra compagnia? Non credo proprio. Senza contare che i privilegi già esposti resterebbero in essere. Da dove prendere questi fondi per rientrare delle perdite? Forse le tasse scolastiche di tutti gli studenti subirebbero un’impennata senza precedenti. Oppure verrebbero tagliati i fondi (se non del tutto eliminati) proprio agli sportNCAA-SEASONAL-SPORTS.jpg minori. Risultato? Qualche soldino in più, ma meno qualità nelle strutture, nel migliore dei casi. Nel peggiore, borsa di studio revocata. Questo porta alla questione se non sia quindi più giusto pgare solo chi effettivamente genera introiti.

È scontato che anche qui si ponga un ulteriore dubbio: se si pagano solo i giocatori di football e basket, si pagano tutti la stessa cifra o si introducono stipendi più alti per i giocatori migliori, un po’ come in qualsiasi lega professionistica? Pagare tutti indistintamente vorrebbe dire riconoscere che l’impatto sportivo oltre che monetario del QB vincitore dell’ultimo Heisman Trophy è identico a quello del 121° giocatore del roster. D’altro canto pagare proporzionalmente più denaro a chi merita merita maggiormente vorrebbe dire scatenare un’asta al rialzo fra i maggiori atenei, quelli cioè già competitivi e già in grado di spendere denaro extra. Questo taglierebbe fuori senza mezzi termini i programmi delle piccole, ma ambiziose scuole come i Boise State Broncos. Senza contare che le aste avrebbero come merce ragazzi di 17-18 anni freschi freschi di high school. Consideriamo questo: siccome molti atleti appena giunti fra i pro faticano nell’inserirsi dall’oggi al domani in realtà tanto differenti, l’NBA ha addirittura istituito il Rookie Transition Program, un programma obbligatorio per tutti i giocatori al primo anno su come gestire, fra le altre distrazioni, denaro, fama e donne. Se questo accade ai giovani già un po’ più smaliziati, come pensate che possa reagire un football.pngragazzino del liceo? Se vi sembrava schiavitù lo sfruttare le abilità atletiche dei giocatori, come vedete il fatto di comprarli letteralmente dalle proprie famiglie? Appunto.

Prima di uscire da questa fitta giungla, bisogna fare la conoscenza col boss finale: l’Higher Education Amendments del 1972, meglio noto come Title IX. Esso stabilisce che è illegale discriminare in base al sesso in ogni attività finanziata del tutto o in parte dai soldi dei contribuenti (il che include anche le università private, oltre a quelle pubbliche). Questo riguarda in primis gli studenti-atleti che, in pratica, devono ricevere pari risorse a prescindere dal sesso. L’emendamento ebbe di positivo un innalzamento del numero di giovani donne che al liceo e all’università hanno potuto praticare sport prima a loro negati per un’ingiusta ripartizione delle risorse fra uomini e donne. Come però questa legge possa influenzare un potenziale stipendio degli sportivi resta da vedere e ha lasciato pieni di interrogativi anche quelli del NY Times. L’interpretazione di un sintagma in particolare, “substantially proportionate,” in relazione all’uso di denaro da dividere fra atleti e atlete resta al centro del dibattito. La parte facile da capire stabilisce che, se gli sportivi maschi in una scuola sono il 60% del corpo studentesco, allora il 60% dei fondi per le scholarship legate allo sport andrà a loro e il 40% alle pari ruolo di sesso opposto.

Qualora un nuovo regolamento mettesse in vigore il pagamento di un salario unico agli studenti-atleti, allora sia uomini che donne dovrebbero beneficiarne – con le disastrose conseguenze esposte. Fossero solo i giocatori che portano introiti a venire remunerati, si creerebbe un nuovo problema. Bisogna stipendiare in base alla composizione delle squadre o in relazione al reddito generato? Per esempio, equipariamo il solo il prezzo del tagliando di ingresso di una partita di basket fra le medesime squadre, North Carolina Tar Heels contro Notre Dame Fighting Irish da giocarsi a Chapel Hill, NC. Se per quella gara un biglietto della squadra maschile costa in media $200, un biglietto della stessa partita, però fra squadre femminili, viene $10 (biglietto unico). Se aggiungiamo che il palazzetto maschile (Dean Dome) contiene fino a NCAA-title-Andy-Lyons-Getty-Images.jpg21.750 fan, mentre quello femminile (Carmichael Arena) appena 8.010 fan, allora ci si renderà conto dell’enorme disparità di incasso, pur parlando della stessa università e dello stesso sport. Ah, e nelle partite delle Heels gli studenti di UNC entrano pure gratis.

Stabilire un piano d’azione praticabile sembra più impegnativo che una manovra di legge per azzerare il debito pubblico italiano. Se paghi tutti, non ci sono soldi. Se paghi chi porta introiti, svaluti le università minori. Se paghi solo gli atleti di punta, commetti una discriminazione sessista. Nel nostro piccolo, proponiamo tre idee, nessuna delle quali esclude l’altra. Anzi, sarebbero più efficaci se implementate insieme. Una prima fattispecie che la NCAA dovrebbe pensare di eliminare è il veto alle sponsorizzazioni, che aprirebbe alle aziende private la possibilità di pagare uno studente-atleta una tantum o stipendiarlo mensilmente, a seconda delle esigenze. Riesce facile pensare che brand come Gatorade, Nike o Apple si getterebbero verso questa nuova opportunità di mercato. Questo libererebbe le università da obblighi morali ed economici, e magari porterebbe gli atleti a performare meglio per cercare un proprio sponsor, se non addirittura a restare al college più a lungo, migliorando di conseguenza le proprie abilità senza l’assillo AYU_2060-640x426.jpgdi procurarsi un contratto da professionista, necessario per prendersi cura della propria famiglia troppo spesso sulla soglia della povertà.

Un’altra misura tutt’altro che impensabile sarebbe premiare con una sorta di “premio partita” prestabilito i membri delle squadre che si aggiudicano i tornei NCAA di fine anno in sport secondari come pallavolo, vela e atletica. Per far sì che ciò sia possibile, l’NCAA stessa dovrebbe contribuire ai premi nel caso di università vincitrici che da sole non possono sostenere i costi – e i soldini l’NCAA li sta già mettendo da parte: ricordate i milioni messi via per situazioni straordinarie? Voilà. Ultimo, servirebbe uno sforzo da un altro privato, la EA o magari la 2K, per produrre una nuova serie annuale di giochi per consolle di college basketball o football, i veri cavalli da tiro fra tutti gli sport universitari. La EA ne ha fermato la produzione nel 2013, a causa di una controversia legale che dopo tre anni l’ha condannata a pagare a migliaia di atleti parte della class action la cifra pattuita di $60M per aver sfruttato per dieci anni i loro nomi e le loro fattezze senza retribuzione. Secondo ESPN, la NCAA non si è mostrata favorevole a supportare un ritorno del videogioco in futuro, in primis perché dovrebbe rinunciare ad una corposa fetta di introiti da destinare ai giocatori. Ma se insieme con le università, che pure vantano diritti di immagine, la NCAA decidesse di rinunciare o diminuire le proprie richieste monetarie, gli studenti-atleti si troverebbero in tasca un assegno di qualche migliaia di euro a testa in base ad un accordo di licenza stabilito caso per caso.

Si tratta di tre gocce nel mare, perché in molti casi significherebbe giusto rendere l’1% dei (futuri) ricchi ancora più ricco ed ignorare il famoso 99% di quelli che non ce la fanno. Ma è pur sempre dell’America che stiamo parlando: se è legittimo il sommo valore dato da questo paese alla meritocrazia, il fatto che chi si distingua venga premiato dovrebbe mettere a posto molte coscienze ed evitare che si continui a parlare di moderna schiavitù.

MVProf

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