Empire State of Crisis

robertsweb4s-webI New York Knicks sono una franchigia allo sbando: tutti i loro problemi ai raggi X

Qualche tempo fa si è scritto su queste pagine un pezzo sui Sacramento Kings e si è dato conto dello stato di una squadra che da anni sembra sbagliare tutte le decisioni importanti. Ma quello che succede a Sacramento, beh… resta a Sacramento. Lo stato di calamità – al limite dell’intervento della protezione civile – in cui versano i New York Knicks, invece, è tutt’altra cosa. Se da una parte è lecito chiedersi per quale motivo Sac-town abbia anche solo il privilegio di ospitare una franchigia NBA, dall’altra ciò implica che dai Kings non è lecito aspettarsi più di tanto. Tutto quello che succede a New York City ha una cassa di risonanza ben maggiore. Specie quando si parla di qualcosa o qualcuno in negativo. E accidenti se le cose stanno andando a rotoli nella Grande Mela. Volendo risalire all’origine dei mali atavici dei Knickerbockers si rischia di percorrere una strada lunghissima e con panorama poco suggestivo. Gli unici due titoli NBA risalgono ai primi anni ’70: di lì in poi i Knicks si sono resi protagonisti di stagioni mediocri in rapida successione. Si arriva poi agli anni di Ewing, che, purtroppo per lui, coincisero con quelli del dominio di Michael Jordan (a ben vedere MJ ha scompigliato le carte in tavola un po’ a tutti). Di recente i Knicks hanno allestito una vera e propria galleria degli orrori all’interno del MSG, fatta di istantanee come il choke di Miller verso Spike Lee, lo scapigliato Van Gundy appeso al gambone di Zo, il ritorno-fiasco di Starbury, le picconate al roster di Isiah Thomas e la causa per molestie sessuali. Per trovare momenti di giubilo in quest’ultimo decennio bisogna citare le folli settimane di Linsanity del 2012 e le 54 vittorie dell’anno successivo. Nel tentativo di raddrizzare le cose, nel marzo 2014 il leggendario coach di Bulls e Lakers Phil Jackson ha fatto il suo ingresso in società come presidente. I risultati? Beh, se i precedenti 40 anni costellati di fallimenti targati Knicks ora sembrano anni felici a confronto, qualcosa vorrà dire.

Spezzando una lancia in favore di PJ, va sottolineato che la situazione ai Knicks viveva di una forte instabilità interna ancor prima del suo arrivo. Nel 2011 i Knicks si resero protagonisti della nota trade con i Denver Nuggets che portò a NYC i talenti di Carmelo Anthony in cambio di un pacchetto di giocatori giovani e promettenti come Chandler, melo25s-1-web.jpgFelton, Mozgov, l’azzurro Danilo Gallinari, oltre che un pacchetto di scelte (una delle quali nel 2014 è diventata Dario Saric.) Già allora il partito degli scettici di tale trade era ben nutrito, ma ‘Melo andava a formare con Amar’e Stoudemire un duo di ottimo livello. Soprattutto considerando gli anni di siccità senza vere e proprie stelle ad intrattenere il notoriamente fumantino pubblico newyorkese. In retrospettiva, non è facile capire chi ci abbia guadagnato e chi perso. Denver ha avuto alcune buone annate, specie nel 2012-13 con 57 vittorie, ma ha solo confermato la teoria che per ambire ad un titolo serve (almeno) una superstar più che una democrazia cestistica di ottimi giocatori. D’altra parte, i Knicks hanno a loro volta avuto stagioni interessanti, ma senza mai prendere possesso dell’est, che è e resta il terreno di caccia di LeBron James. Dopo più di sei anni a New York, il tempo di ‘Melo sembra sempre più lontano dalla Grande Mela. A frenare fin qui ogni possibile trattativa con altre squadre sono stati il contrattone del giocatore (è a libro paga per altri due anni a $54.1M) e, a monte, la no-trade clause, ovvero la possibilità per il giocatore di rifiutare qualsiasi tipo di scambio. Dal suo arrivo in città, Jackson è sembrato molto propenso a trovare una soluzione alternativa alla situazione di ‘Melo, ma fin qui sembra solo aver scavato un solco più profondo fra la squadra e il giocatore.

Nella exit interview di fine 2017 fra PJ e Anthony è lecito pensare che siano volate parole grosse, con quest’ultimo che si era diretto all’incontro promettendo che “the chips will be on the table” – non nel senso di snack, ma nel senso di nodi che sarebbero venuti al pettine. A sua volta, il dirigente ha usato parole forti nel rispondere alle domande della stampa relative all’ex Syracuse. Secondo quanto dichiarato, “i Knicks non sono stati in grado di vincere” con (un modo più velato per dire “per colpa di”) Anthony in squadra. Inoltre, lo stesso avrebbe “posto resistenza” nell’implementare il triangle offense, lo schema d’attacco che a Jackson ha portato la bellezza di 11 anelli in carriera. Nel corso della scorsa stagione, si è più volte parlato del potenziale interessamento di altre squadre per ‘Melo, come Cavs, Celtics e Clippers, senza che si arrivasse ad un’intesa. La conclusione del segmento di conferenza stampa è stato che, a suo parere, il giocatore “avrebbe fatto meglio a cercare di vincere un anello altrove.” A livello ideale, PJ ha ragione: i Knicks sono in modalità rebuilding e il 33enne Anthony non solo ha interessi personali più alti, ma una sua trade potrebbe portare uno o più pezzi per accelerare la crescita della squadra. In pratica, però, urlando ai quattro venti che ‘Melo non sarebbe stato di fatto il benvenuto nella prossima stagione, ha di molto deprezzato il valore del giocatore, oltre che contrariato lo stesso. Ora, ‘Melo potrebbe decidere di puntare i piedi e farsi pagare un profumato prepensionamento a New York, qualora non trovasse una sistemazione di suo gusto altrove.

Durante la stessa conferenza stampa, sono emersi problemi relativi ad un altro dei talenti dei Knicks, senza dubbio quello col futuro più promettente e il talento più cristallino. Kristaps Porzingis, centro lettone al secondo anno NBA, avrebbe volontariamente saltato la sua exit interview con Jackson, prendendo anticipatamente la via della sua terra natia. Draftato dal maestro zen nel 2015 con la quarta chiamata assoluta fra i sonori buuu dei fan presenti (gentile promemoria della competenza dei tifosi newyorkesi), Porzingis si è presto rivelato un “unicorno,” un unicum per le sue straordinarie doti cestistiche. Tuttavia, il lungo non starebbe apprezzando la direzione presa dalla società nell’ultima stagione e la sua partenza prematura per la Lettonia lo conferma. Jackson non ha preso affatto bene lo sgarbo, affermando sorpreso di “non aver mai avuto un giocatore, il 25-30 anni da aKristaps-Porzingis.jpgllenatore, che non si presentasse al meeting di fine stagione.” In realtà, un altro grande centro della storia di Jackson non si presentò al suo cospetto in passato: si trattava di Shaq, nel 2004 (e da lì sappiamo che direzione hanno preso le cose per il Big Diesel). Citando l’assenza di Porzingis come scusante, Jackson ha affermato che “per quanto apprezziamo Kristaps e quello che ha fatto per noi, quando uno non si presenta per un meeting di fine anno, tutti cominciano a speculare sulla sua durata o mobilità dalla squadra. Quindi abbiamo ricevuto chiamate e stiamo ascoltando, ma ancora non siamo intrigati fino a quel punto.” Il lettone ha dichiarato il suo amore per la città di New York, ma non ha mai dato un parere definitivo sulla sua volontà di restare. Le ultimissime indiscrezioni parlano dei Celtics pronti a presentare un’offerta sul tavolo dei Knicks: la terza scelta assoluta di quest’anno, quella appena ricevuta da Philadelphia e un giocatore, Crowder e/o forse addirittura Jaylen Brown. Se questo fosse vero, i C’s avrebbero di fatto messo sul tavolo tre prime scelte altissime, forse il prezzo richiesto dalla dirigenza newyorkese per dare il via libera allo scambio. La voce che il 21enne Porzingis fosse già sul mercato ha mandato in tilt buona parte della stampa newyorkese, ma bisogna ammettere che esiste uno scenario in cui il maestro zen non ne esce affatto con le ossa rotte. Se in due mosse PJ si presentasse a settembre privo di giocatori scontenti, ma con quattro prime scelte (le due di Boston, la propria e Brown) più un’eventuale contropartita per ‘Melo – giocatori e/o scelte, – non si tratterebbe in assoluto di un affare pessimo, pur con la consapevolezza di aver perso in Porzingis un giocatore difficilmente replicabile.

Fin qui, infatti, il restyling dei Knicks ha visto scelte ben peggiori di quella di disfarsi di un trentenne bollito e di un giovane già immusonito. Certo, quelle pessime scelte hanno avuto a loro volta la firma in calce di Phil Jackson. L’estate scorsa i Knicks si sono rifatti il trucco firmando l’ex prima scelta assoluta Derrick Rose e il suo ex-compagno ai Bulls Joakim Noah. I due non sono venuti a NYC per il panorama, anzi: il primo è arrivato all’ultimo anno di un contratto da $21.5, mentre al secondo è stato elargito un contratto da $72.6M per 4 anni. La scommessa può oggi dirsi persa su entrambi i fronti, sul campo e fuori. Rose, lontano parente dell’esplosivo giocatore dei primi anni, ha subito un nuovo infortunio al ginocchio che ha limitato le sue presenze stagionali sul parquet a 64. Sebbene le sue prestazioni non siano state negative, il prezzo fatto dal giocatore per tornare l’anno prossimo si avvicina al max contract firmato da Mike Conley l’estate scorsa, ovvero una cifra sui $150M. Con lo stato attuale della franchigia e la fama creatasi attorno all’ambiente Knicks, è impensabile che un playmaker di prima fascia accetti di firmare per loro e la squadra potrebbe essere quasi costretta a tenersi Rose alle sue condizioni, a meno che, appunto, una serie di scambi con altre squadre non portino pezzi interessanti in quel settore. Fuori dal campo, Rose ha passato guai ben peggiori di qualsiasi infortunio. Come già trattato in un altro articolo (al punto #8), il giocatore è stato accusato di stupro prima ancora dell’inizio della stagione e se l’è cavata sostanzialmente per un caso di la-mia-parola-contro-la-tua. In seguito, Rose è sparito dai radar dei Knicks per un giorno intero, non presentandosi ad una partita e volando a casa per ragioni mai rese note al pubblico. Oltre che ad affiancarlo in campo, Noah ha pensato bene di imitare Rose abbinando i suoi personali guai a mediocri prestazioni in campo. Noah è stato infatti sospeso per 20 partite per essere stato trovato positivo ad un test antidoping. Nello specifico, si tratta di Ligandrol, una sostanza dopante messa fuori legge da molti sport. La caduta verticale del giocatore, 4° nella gara a MVP appena tre anni fa sta andando di pari passo con le sue prestazioni agonistiche. In sole 46 partite stagionali, il centro ha tenuto una media di 5 punti, 9 rimbalzi e meno di una stoppata a partita.

La campagna 2016-17 è stata un vero disastro su tutta la linea. Iniziata appunto con gli ingaggi scriteriati di Rose e Noah (da certa stampa incensati, ma giustamente valutati da C3S come spazzatura) e finita con le teste fumanti di ‘Melo e Porzingis, è stata inframmezzata da un’altra storia parecchio sgradevole e imbarazzante per la lega intera. Lo scorso febbraio l’ex Knick Charles Oakley, uno degli ultimi veri duri a calcare il nobile parquet della Mecca del basket, è stato arrestato nel corso di una partita. Le riprese degli spettatori mostrano Oakley circondato da uomini della sicurezza del Garden, mentre volano spintoni e parole grosse. In seguito all’arresto, la squadra ha diramato un breve e caustico comunicato, in cui si accusava il “comportamento altamente inappropriato e del tutto offensivo” 589cd35ac461889a558b45cc.jpgdi un Oakley che si auspicava potesse “ricevere aiuto presto.” Oakley, da parte sua, ha replicato che è in ottima salute fisica e mentale, e che il suo burrascoso arresto è opera del proprietario James Dolan che, seduto poche file più avanti, avrebbe ordinato ai suoi di scortare fuori Oakley. Molto probabilmente questi aveva rivolto parole pesanti all’ex boss, ma anche su questo i resoconti non sono concordi. Il rapporto fra i due non è mai stato idilliaco, ma ha certamente subito picchi in negativo negli ultimi tempi. Oakley tempo prima aveva dichiarato di volersi chiudere in una stanza da solo con Dolan (tra i due ballano quasi 40cm di altezza, nel caso ve lo steste chiedendo, e a massa muscolare siamo tanto a poco) e ancora di volergli preparare una cenetta con le proprie mani – e qualche ingrediente extra. Dopo l’arresto e il clamore, Dolan a sua volta ha sparato bordate in direzione dell’ex centro, bandendolo dall’MSG e organizzando una parata di vecchie glorie a cui, ça va sans dire, Oakley non è stato invitato. A intervenire fra i due è stato il commissioner Adam Silver, che ha portato alla classica pace di facciata buona per le folle.

Si dice che il pesce puzzi dalla testa e, se certe scelte di Jackson sono da criticare, l’aver toccato il fondo del Grand Canyon cestistico in cui sono piombati i Knicks è da imputare prima di tutto alle scelte scriteriate di James Dolan. Difficile, ad oggi, non inserire fra queste l’assunzione di Phil Jackson, pagato $12M annui e la cui opzione per altri due anni di contratto è stata esercitata dalla società l’aprile scorso. Uno sguardo d’insieme alle scelte principali fatte da PJ in questi tre anni rende la sua posizione difficilmente difendibile. Firmare un Lamar Odom ormai dipendente dal crack, scambiare giocatori importanti come Tyson Chandler, JR Smith e Iman Shumpert per giocatori finiti come Calderon, Dalembert, Amundson e altri, avere una politica da porte girevoli con gli allenatori assunti e poi cacciati, e in totale accumulare un record complessivo di 80-166. Ogni dirigente prima o poi compie scelte sbagliate, ma quello che viene imputato a Jackson è, a monte, la mancanza di un progetto. I Knicks hanno iniziato la stagione 2016-17 con un quintetto di veterani, puntando a vincere subito. Finita la stagione, si parla ora di scambiare i due migliori giocatori in nome di un progetto a lunga scadenza. Essersi alienato il più grande talento draftato negli ultimi 30 anni dai tempi di Ewing è forse la colpa maggiore di una lista già corposa. Non stiamo parlando di Philly, terra ideale in cui piantare il seme del process e attendere pazienti la primavera. Siamo a New York City, la città delle mille luci, quella che non dorme mai… ma che proprio per questo analizza ogni mossa altrui al microscopio. Al leggendario coach Jackson verrebbe dato un pass per qualche anno di insuccessi, ma il presidente Jackson non ha più la credibilità per andare avanti. A 71 anni, è forse ormai giunta l’ora per il maestro zen di tornare alla sua capanna nella foresta a meditare.

MVProf

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s