L’attivismo politico fra gli atleti professionisti – Jackie Robinson

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Primo di una serie di articoli sull’attivismo politico degli atleti negli anni: per primo, ricordiamo Jackie Robinson, l’asso del baseball

Nell’ultimo anno sono stati pubblicati su queste pagine due articoli su Colin Kaepernick. Il primo descriveva la sua decisione di protestare contro le ingiustizie sociali cui sono vittime gli afroamericani. Il secondo approfondiva i più recenti sviluppi, con un occhio, più che su Kap come individuo, al contesto storico e culturale di cui fa parte. Ebbene, il Kap-gate è tutt’altro che un caso isolato e offre spunti di riflessione che trascendono il singolo uomo e il singolo evento. Partiamo dalle fondamenta. A monte di tutto esiste una domanda: quanto è umanamente vincolante per una celebrità farsi portavoce di tematiche assai delicate per la società in cui vive? E qui non si parla di fare come Angelina Jolie o Madonna, che pare vogliano risolvere il problema della fame nel Terzo Mondo adottandone metà a casa loro. No, la domanda è più precisa. Se voi foste famosi e al tempo stesso vi riconosceste in una minoranza “problematica” per i benpensanti (gay, obesi, depressi, ecc…), fareste un passo avanti in difesa di chi è come voi, ma non ha altrettanta visibilità e possibilità di far giungere un proprio messaggio in milioni, se non miliardi di case? Attenzione a rispondere frettolosamente. Ricordate, voi siete famosi, siete un brand e come ogni brand dovete stare attenti alle esigenze dei vostri clienti. Si potrebbero fare mille esempi ipotetici di senatori repubblicani segretamente gay o attori che nel loro intimo covano un profondo antisemitismo, ma la storia ce ne ha fornito uno che da solo fa giurisprudenza come nessuno. Molti associano Michael Jordan, la più grande icona del basket mondiale, alla controversa frase “Republicans buy sneakers, too.” In altre parole, MJ avrebbe dato la priorità a non farsi nemici in nome degli affari piuttosto che sfruttare la propria fama per parlare di questioni razziali controverse. Vera o meno che fosse l’aneddoto, il modo di agire di Jordan negli anni l’ha di fatto ratificata.

Già da ora dovrebbe essere chiaro quanto possa essere monumentale il conflitto che l’assumere o meno determinate posizioni genera. Non nascondiamoci dietro un dito: quasi tutte le buone cause ARV_JO_102-36-1.jpgrichiedono una mano sul cuore e una sul portafoglio.  Limitatamente a quella che è l’area di competenza di questo blog, tratteremo l’argomento da un punto di vista strettamente sportivo, compiendo un’analisi storica di cosa voglia dire essere un atleta e al tempo stesso un attivista per i diritti umani. Una precisazione andrebbe fatta fin da subito: sono qui considerati “attivisti” coloro i quali si sono distinti attraverso le proprie gesta sia dentro ad uno stadio sia – requisito ancor più importante – al di fuori di esso. Quindi, personaggi come Jesse Owens non rientrano nella casistica. Come atleta dominò le Olimpiadi di Berlino del 1936, ma, contrariamente alla credenza popolare, Hitler non si alzò infuriato per il presunto fallimento della teoria della superiorità ariana. Al contrario, secondo alcuni ci fu addirittura un rapido quanto innaturale saluto di circostanza. Cercare nelle gesta di Owens una lettura politica e/o sociale è capzioso. Pensare che la Germania nazista fosse il male incarnato non è errato, ma pure gli Stati Uniti degli anni ’30 non erano rose e fiori per un uomo con la pelle scura. Come dichiarato da Owens nella sua autobiografia:

“When I came back to my native country, after all the stories about Hitler, I couldn’t ride in the front of the bus, I had to go to the back door. I couldn’t live where I wanted. I wasn’t invited to shake hands with Hitler, but I wasn’t invited to the White House to shake hands with the President, either.”

La premessa era d’obbligo per un motivo semplice. Quasi nessuno conosce il nome di Bud Fowler. Eppure, tecnicamente, fu lui il primo afroamericano a giocare nella lega professionista di baseball negli USA negli anni ’70 nel XIX secolo. Tuttavia è noto ai più che il primo atleta nero a rompere la barriera razziale fu Jackie Robinson. Poiché i meriti di quest’ultimo vanno oltre l’essere stato o meno il primo a fare qualcosa, il protagonista iniziale di questa serie di articoli è appunto Jackie Robinson. Nato e cresciuto nell’America degli anni ’20 – gli stessi anni di crisi vissuti da Owens – dimostrò sin da giovane di essere un portento in diverse discipline sportive all’ombra delle colline di Hollywood. Ma se aveste chiesto al giovane Jack il suo sogno, vi avrebbe risposto giocare running back per i Los Angeles Bulldogs, squadra professionista della Pacific Coast Professional Football League. La squadra non riuscì a rientrare nel progetto di espansione della NFL del 1937, ma la PCPFL fu la prima lega ad utilizzare giocatori afroamericani, barriera rotta dalla NFL solo nel 1946. Come illustrato da Owens, i problemi per i neri d’America erano da ricercare in patria ancor prima che oltreoceano. Chiamato alle armi nel 1941, Robinson finì presto davanti alla corte marziale per insubordinazione. Motivo del contendere, il suo rifiuto a sedere nel retro del mezzo militare che trasportava le truppe. La storia suona molto simile a quella di Rosa Parks, ma precedente ad essa di 14 anni. Oggi suona insensato,Robinson_Reese_w0rs4suh_c52opf9l.jpg ma pensare che il diritto a scegliere i posti a sedere su un bus favorisse i prigionieri di guerra nazisti ancor prima che i soldati di colore dà l’idea di quanto potesse essere ostile il paese dello Zio Sam in quegli anni.

Se non altro, l’insubordinazione gli evitò la pioggia di bombe in Europa e gli permise di tornare allo sport a metà degli anni ’40, quando iniziò la carriera professionista di giocatore di baseball nella Negro League. Tale lega – o meglio, insieme di leghe – era riservata ai giocatori di colore e ai latinoamericani, ed era stata formata negli anni successivi alla guerra di secessione per permettere ai non-bianchi di praticare lo sport a livello agonistico. Rispetto alla fine del secolo precedente, le regole del gioco erano cambiate. Le infauste leggi Jim Crow avevano portato un giro di vite, oltre che nella vita di tutti i giorni, anche in relazione alla presenza dei non-bianchi nel baseball. Queste erano infatti mirate a favorire la segregazione razziale a tutto tondo e rendere quello del già citato Fowler un caso irripetibile. Per questo motivo, le Negro League erano l’unica opzione per neri e ispanici di scendere in campo. Lo sbocciare di Robinson come atleta fu aiutato da una fortunosa quanto tempestiva circostanza: a quel tempo, le Negro League erano ben lontane dall’apogeo conosciuto negli anni ’20 e Happy Chandler, il commissioner che nel 1944 prese in mano la MLB, si era subito espresso in maniera favorevole all’integrazione degli atleti neri. Robinson fu scelto fra un pool di altri giocatori neri come il più talentuoso e nel 1945 firmò per 600 dollari mensili un contratto coi Montreal Royals, società satellite dei Brooklyn Dodgers di proprietà di Branch Rickey. Fu così che, grazie a visionari come Chandler e Rickey, Jackie Robinson fece il suo debutto in divisa Dodgers il 15 aprile del 1947 sul diamante dell’Ebbets Field davanti a 23mila spettatori.

Egli continuò a giocare fino al 1956, allo scoccare del suo undicesimo anno da professionista. Anche grazie a lui, i Dodgers furono costantemente nell’élite della National League, riuscendo però a conquistare le World Series solo una volta, nel 1955, a fronte di numerose finali perse contro i rivali dell’altra sponda dell’East River, i New York Yankees. Nonostante gli allori in ambito sportivo, il suo ruolo va ben oltre l’ambito professionale. In primis, fenomenale fu il suo sangue freddo nel raccogliere insulti razzisti provenienti dagli spalti senza mai reagire, come promesso a Rickey fra le condizioni per la firma del contratto. Questo, insieme alle sue simpatie repubblicane, fu oggetto di critica da altri tipi di attivisti come Malcom X, che invece aveva opinioni discordi sul concetto di abbracciare la non-violenza. Ma se il colore della pelle procurò innumerevoli nemici in campo e fuori, questa sua attitudine gli permise di attirare il favore di alcuni giocatori bianchi, come il compagno Pee Wee Reese, celebre per la frase “You can hate a man for many reasons. Color is not one of them.” 01-Screen-Shot-2013-02-20-at-10.52.38-PM-copy-606x790.pngIl suo appoggio fu fondamentale per iniziare una discussione più organica che portasse altri giocatori bianchi dalla parte di Robinson. Ieri come oggi, una dura verità è che l’appoggio dei bianchi è essenziale alla riuscita di qualunque progetto di integrazione razziale. Il controverso striscione contro il razzismo appeso da tre giovani bianchi sul Green Monster di Fenway Park (stadio dei Boston Red Sox, squadra dalla parte sbagliata della storia in quanto a segregazione) proprio ieri ne è la riprova.

Il lavoro di attivista iniziò già nei suoi anni di atleta, essendo diventato editore di una rivista sportiva per soli neri, Our Sports. Sarebbe illogico ricercare in Robinson ulteriori e più marcate posizioni legate ai diritti civili durante la sua attività agonistica, considerando che la sua mera presenza in campo già lo rendeva oggetto di insulti e innumerevoli minacce di morte. Dopo il ritiro avvenuto nel 1956, Robinson ebbe maggiore libertà d’azione e fu un ancor più grande paladino in materia di diritti sociali. Criticò tutte le strutture che nei suoi viaggi coi Dodgers gli avevano riservato un trattamento di serie b solo perché nero, contribuì all’apertura della prima banca di proprietà afroamericana e sponsorizzò una compagnia di costruzione di case per famiglie a basso reddito. Per questo e tanto altro, il Time lo annoverò tra le “100 persone più importanti del XX secolo.” Nel 1962 fu introdotto nella Baseball Hall of Fame e nel 1984 gli fu assegnata, postuma, la medaglia presidenziale della libertà, il più grande riconoscimento per un civile in America. La motivazione espressa dall’allora presidente Reagan fu che la memoria di Robinson andava premiata per le sue conquiste dentro e fuori dal campo. La MLB gli dedicò il premio di Rookie of the Year, chiamato da allora “Jackie Robinson Award” e dieci anni più tardi ritirò il suo numero 42 in ogni squadra della lega. Da allora, il 15 aprile si celebra il “Jackie Robinson Day,” giorno in cui si ricorda il debutto del giocatore del 1947 e unica data in cui i giocatori, gli allenatori e gli arbitri indossano tutti il numero 42. Alla luce di ciò, quando sentite dire che il grande merito di Jackie Robinson è stato l’essere il primo ad infrangere la barriera razziale nel baseball, voi obiettate che il nascere un asso del baseball per generosa elargizione di Madre Natura non richiede meriti particolari. Ma per diventare un modello in campo e fuori per milioni di persone è servito un solo e unico Jack Roosevelt, detto Jackie, Robinson.

MVProf

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